04/10/2011  al 21/10/2011

Rosella Restante. Visitando la parola

A cura di: Loredana Rea

Rosella Restante. Visitando la parola
Nell’epoca dei codici globali e della comunicazione diffusa, rapida e planetaria, il linguaggio vive la perdita e lo svuotamento delle sue   potenzialità comunicative.         
Rosella Restante nella sua installazione, propone con un profondo senso di perdita, di ri-potenziarne il valore estendendo la sua analisi ad altri livelli sensoriali, percettivi e cognitivi.
 



Spazio Aperto 2011
dal 4 al 21 ottobre
                                                                                                                                                                                                                               
                                                                                                                                                                                                                                               http://www.youtube.com/watch?v=T_y7fta7Luo
 
L’ultima speranza della parola
Di Matteo Galbiati
 
Un artista, in primo luogo, è un ricercatore, un indagatore. La sensibilità che ne caratterizza l’animo accentua la soglia di attenzione e percezione dei fenomeni, delle esigenze, dei mutamenti che avvengono attorno a lui e che, proprio attraverso le sue opere, si traducono in messaggi e indicazioni. È una sentinella vigile del proprio tempo. Non sempre, è vero, ma questo succede quando all’arte i veri talenti – quelli il cui sguardo e visione sono davvero onestamente penetranti la realtà – affidano un compito che ottempera e contempla messaggi e dichiarazioni importanti altrimenti indicibili con mezzi diversi e non un mero ed assuefatto valore decorativo, spesso assai asfittico. Rosella Restante rientra in questa ristretta categoria di pensatori che continuano a credere, con tenacia e seguendo una vocazione inalienabile, che l’espressione artistica sia ancora un mezzo (forse l’ultimo che oggi ci rimane?) per smuovere il profondo delle coscienze. L’unico in grado di dare un segno di consapevolezza.
La fase recente della sua ricerca, di cui in questa mostra presenta il nucleo più significativo di opere, nasce da una riflessione che l’artista ha maturato nel tempo e che ha rivolto al tema del linguaggio nel senso profondo della sua unità base riconosciuta nella parola, analizzando e verificando la sua capacità comunicativa e sul suo potere espressivo partendo dal contesto contemporaneo. Le rilevazioni di Restante giungono ad un esito drammatico che sottolineano perentoriamente lo stato di decadenza che ne investe l’uso. La parola ha perso la propria identità, la sua essenza. Cade sotto la superficiale celerità di una contemporaneità che, benché si vanti di essere la società delle comunicazioni globali, quelle rapide ed immediate, non trova più il tempo per riflettere e comprendere veramente ciò che comunica.
Un tema attuale il suo. Impegnativo e difficile. Sconcertantemente vero quanto è più paradossale nei termini delle proprie considerazioni. Restante – ispirata anche dai versi di una poesia di Emilio Villa – trascrive nelle opere il senso di un dolore sordo, silenzioso. Cagionato dal riscontro di uno stato di vera perdita, svuotamento, rinuncia, abdicazione, insufficienza, debolezza.
Il linguaggio verbale – ma la cronaca ci insegna anche quello scritto – sembra essere collassato su se stesso. Nelle opere la parola cerca un’altra veste, si modella come scultura, si rielabora in installazione, si plasma nel video, si rende tracciato grafico… La visita che Rosella Restante ha portato alla parola è frutto di una verità rivelata negativa, ma l’artista lancia ancora un ultimo disperato appello: da quel silenzio sordo, che caratterizza queste opere, cerca di trovare una via plausibile perché parola e linguaggio vivano agli occhi dello spettatore un’estensione di campo, un allargamento di confine che lo inducano, con indispensabile consapevolezza, a ri-visitarne l’origine viva, a ritrovare il nervo pulsante della loro essenza. Affida al riguardante la presa di coscienza di questo impegno. Un patto silenzioso, che alla visione-comprensione dell’opera, applica l’ultimo sforzo possibile. L’ultima disperata parola per cambiare.
C’è il video… Espressione grafica della sua voce: un lamento distorto, sottile, incomprensibile. Poi appare un di-segno nero. Un presagio. Pare un tracciato diagnostico, ultimo segno sullo stato di salute della parola di oggi. Lo spazio bianco e silenzioso della sua fine lascia a noi il compito, come spettatori, di cercare di cambiarne il decorso. Di guarirla e riabilitarla nella nostra comunicazione. Oppure di perderla, lasciandola, però, morire per sempre.

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