02/04/2000  al 30/04/2000

TERESA POLLIDORI: trame perdute

A cura di: Loredana Rea

TERESA POLLIDORI: trame perdute

Cultura evoca un'intellighenzia o degli iniziati che colgono il valore dell'occulto e magari anche vivono nei termini di esso ( ovvero di ciò che non è semplicemente dato per natura, come le idee, le qualità, l'anima, le virtù, le forme). Come dire i valori invisibili e il valore degli invisibili. L'occulto, proprio perché non è dato semplicemente per natura, proprio perché ha a che fare con qualcosa di artefatto, viene confuso con l'arte. Ma l'arte è la visibilità dell'occulto… James Hillman, Trame perdute, Milano, 1985, pag. 53/54 Nella serie di opere realizzate tra il 1993 e il '96, emblematico passaggio dalla pittura (l'estrema possibilità che la materia possiede di diventare altro pur rimanendo se stessa) alla sperimentazione del linguaggio della scultura, Teresa Pollidori distrugge la superficie del quadro. Slabbrando l'ordito, dirada la trama del tessuto della tela, la sgrana, quasi, per aprire un varco tra lo spazio al di qua e al di là dell'opera, un canale di comunicazione tra l'esterno e l'interno, la presenza e l'assenza, il finito e l'infinito, il qui e l'altrove. Il rapporto sensuale con la superficie, schermo su cui l'immagine prende corpo, è negato dall'oltrepassamento nello spazio, non più illusoriamente reale, fisico, anche se in apparente contraddizione metafora della possibilità di andare oltre. Si tratta sì del superamento della materialità della tela ma per arrivare alla concezione dello spazio come evento mentale. Il quadro, perciò, sopravvive come dimensione simbolica, come luogo in cui si materializza la possibilità di conoscere se stessi, in cui giunge a compimento un complesso processo di introspezione, che ha come fine la rivelazione di sé (e attraverso sé del mondo), per superare l'incapacità di comprendere la realtà attuale, in cui l'unica legge sembra essere il caso e l'assurdo. Ciò che resta del quadro è l'ossatura, il telaio su cui riannodare i fili spezzati dallo smarrimento di sé nel disordine generato dagli incomprensibili movimenti dell'anima e ritessere la trama delle idee perdute nella dimenticanza sistematica delle proprie radici.

L’opera, negazione del rituale della pittura, non si presenta come doppio della realtà, come rappresentazione, illusione, inganno ma, piuttosto, come ricerca del senso della realtà e, quindi, come enigma. E come ogni enigma l’opera non va contemplata ma decifrata. Il punto di partenza è la visione. Il punto di arrivo è il superamento di ogni contingenza, di ogni caducità per scoprire il segreto dell’arte (di vivere) e tornare a comprendere l’occulta armonia che fa dell’uomo parte integrante del tutto. La pratica dell’arte come unica possibilità offerta all’uomo per portare alla luce ciò che non è visibile, ciò che è nascosto e, quindi, oscuro, in Teresa Pollidori si materializza come un cammino a ritroso, complesso e laborioso, alla riscoperta degli archetipi della cultura occidentale, delle primigenie e comuni radici, per tornare a tessere le trame perdute di una consapevolezza dimenticata e impedire la sparizione del proprio essere nel e del mondo nell’evanescenza dell’oblio del tempo. La ricerca delle radici, per ritrovare le motivazioni di inesplicabili scelte esistenziali, ha portato Teresa Pollidori a recuperare, lasciandole emergere dal substrato mnemonico collettivo, immagini sintetiche e per questo fortemente evocative: epifanie dell’invisibile da ripetere all’infinito sulle trame slabbrate di una tela. Nella loro ricercata elementarità, nel loro raffinato minimalismo, sono modeste icone, effigi che, spogliate di ogni particolare e ridotte a segni sottili, circoscrivono e contengono l’infinita ricchezza delle sedimentazioni del tempo e delle stratificazioni della memoria, per restituire a ognuno come riflesso di uno specchio la consapevolezza di sé.

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