05/06/2012  al 22/06/2012

Paolo Gobbi. Imponderabili presenze

A cura di: Loredana Rea

Paolo Gobbi. Imponderabili presenze  Per Fuori Centro Paolo Gobbi propone un’ulteriore riflessione sugli strumenti del fare arte e sulla loro complessa riduzione. Lo spazio della galleria si presenta in apparenza vuoto, mentre in realtà migliaia di piccoli segni affiorano dalla superficie perimetrale. Sono tracce quasi impercettibili che l’artista ha disseminato sulle pareti bianche.
 5 – 22 giugno 2012
 
IMPONDERABILI  PRESENZE
di Loredana Rea
 
Il lavoro che Paolo Gobbi presenta a Studio Arte Fuori Centro è costruito intorno alla necessità di rendere manifesta la dialettica che lega indissolubilmente l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, per tracciare profondità lungo cui inoltrarsi nell’assolutezza dello spazio senza confini.
La galleria si offre a un primo sguardo completamente vuota, mentre operando una progressiva messa a fuoco migliaia di piccoli segni affiorano dalla superficie perimetrale. Sono tracce quasi impercettibili disseminate sulle pareti, a creare un gioco sapiente tra visibilità e invisibilità, evidenza e indistinzione, assenza e presenza.
Il loro farsi, il loro moltiplicarsi, il continuo aggregarsi e disgregarsi, che ritma la tessitura e scandisce i flussi a creare intense risonanze, non rappresenta l’oggettivazione della realtà fenomenica, semmai l’irriducibilità del reale. L’intento, infatti, non è restituirne la somiglianza, ma cogliere l’energia che lo anima, perché nessun segno potrebbe mai racchiuderne la molteplice ricchezza né l’indicibile bellezza. Semmai attraverso la slabbratura di un ordito o la compattezza di una trama è possibile lasciare emergere l’emozione di riconoscersi parte di esso.
La caustica nudità dello spazio espositivo attiva un articolato processo di significazione tra proposizioni differenti, per restituire la pluralità di relazioni che si intrecciano in una realtà intrappolata tra la coscienza della finitudine e il desiderio di infinito. I segni non tendono a caratterizzarsi in termini figurativi, piuttosto si presentano come schemi minimali, una sorta di elementare alfabeto fatto di immagini estremamente semplificate, che combinandosi conducono oltre la familiarità delle cose, verso una dimensione cui a dominare è la necessità di dare corpo alla possibilità di raggiungere la pienezza della conoscenza, intesa come ricerca di sé e scoperta del mondo.
Gobbi ha rinunciato al colore, affidandosi al bianco dell’intonaco e al grigio della mina d’argento, per materializzare gli esiti estremi diun linguaggio completamente composto sulla sottrazione, in cui la pittura pur non perdendo la sua centralità si mostra trasmutata attraverso una raffinata tensione alla riduzione. Rarefatta da un incessante processo di concettuale sublimazione, che non presuppone una perdita definitiva, ma una più densa riflessione sugli strumenti del fare e sulla loro complessa modificazione, essa si concreta in una calibratissima discontinuità della pregnanza segnica, che rileva il carattere specifico della sua genesi. Infatti, le trame che l’artista ha disegnato sul muro disdegnano la rigidità di una geometria data come struttura portante, per recuperare la spontaneità di una manualità misurata eppure sensibile, sviluppatasi secondo schemi mai prevedibili, attraversati da fremiti lievi che animano lo spazio, addensandolo per poi sfaldarlo.
La proliferazione dei tratti è regolata da spostamenti infinitesimali, da cambi di direzione quasi inavvertibili che si compiono in superficie, tanto che i piani si annullano e le profondità diventano incalcolabili: l’ordinaria percezione è scardinata. Sembra non esistere più il vicino e il lontano, il fondo e il primo piano, tutto appare compenetrarsi simultaneamente, in un movimento di cui è impossibile comprendere le molteplici tensioni, ma di cui è inevitabile cogliere la tendenza a raggiungere il vuoto, che non è il luogo dell’assenza, ma luogo gravido di imponderabili presenze, che solo attraverso la coniugazione dei segni hanno la possibilità di rendersi manifeste, in un continuum temporale che regge l’intera composizione.
Il bianco delle pareti rappresenta allora l’incommensurabile estensione dell’universo e i segni calligrafici tutto ciò che in esso appare per poi scomparire, seguendo una ciclicità che si rinnova secondo un ritmo prestabilito. Il primo rimanda alla totalità del visibile, mentre gli altri a quanto la sensibilità riesce ad afferrare, al di là dello smarrimento dello sguardo di fronte al vuoto, in cui cerca di ricreare le immagini effimere dell’apparenza

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