03/04/2007  al 27/04/2007

GABRIELLA DI TRANI : Vizi e visioni nel segno barocco

GABRIELLA DI TRANI : Vizi e visioni nel segno barocco

L'esposizione di Gabriella Di Trani  Vizi e visioni nel segno barocco presso lo Studio Arte Fuori Centro, va coniugando insieme la cifra riconoscibile della sua ricerca pittorica, orientata fin dagli esordi con coerenza logica verso una pittura accesa nei colori d'impianto neo-pop, seppure sintetica e decorativa nelle immagini di gusto pubblicitario, con la ridondanza opulenta di gusto barocco delle cornici dei suoi  dipinti.  Inscindibilmente legate alle opere stesse, le cornici  le inquadrano coi  decori dorati di puttini,   volute e ghirlande, riprodotti con tecnica digitale su vinile applicato su metacrilato.

La naturale inclinazione dell'artista a produrre non solo opere ma eventi complessi dotati di armonicità e al contempo di elementi all'apparenza dissonanti, la porta a realizzare dipinti di forte spessore concettuale, nei quali il superamento del loro potenziale significato alto, viene abbassato, assicurandone così  la banalizzazione dei soggetti, alla mera apparenza delle icone  divulgate dai media, sulla cui interpolazione la Di Trani recupera immagini di ampia diffusione e volutamente commerciali.

I sette vizi capitali, condannati nei Giudizi Universali  di medioevale memoria e nei dipinti di Bosch con  le fiamme dell'inferno e l'espiazione tra atroci tormenti, nei suoi dipinti, per le ragioni premesse, acquisiscono invece nuova leggerezza e, direi, quasi nuovi significati. C'è ironia nella sua pittura, dissacrazione ed anche  un certo gusto per il divertissement,  che usa come un gioco ludico, cerebralmente raffinato, col quale tratteggia La superbia identificandola nel suo volto cinto di una principesca corona: una specie di emblema araldico dall'apparenza regale,  a decoro di  una poltrona rococò tappezzata di macroscopiche rose rosse, secondo le modalità di un certo trasgressivo e kitsch design contemporaneo. Lo stile Di Trani, giunto negli anni ad una matura sintesi del linguaggio visivo opera oggi sulla sottrazione e il prosciugamento per raggiungere l'essenza del suo messaggio: alla Lussuria, considerato il  più enigmatico dei peccatialludono due bocche invitanti, socchiuse e laccate di rossetti "a lunga durata" rossi e  lucidi; mentre la Gola, considerata il più ignobile tra i vizi umani, è vista come  un'altra bocca metamorfizzata, risucchio profondo d'incontenibile ingordigia.

Di formato quadrato (cm 70X70), queste tele realizzate in acrilico  e raffinatamente rifinite con sfumature a pastello, ridotte nel formulario,  oggi più di ieri della resa pittorica, seppure come ieri, predisposte a racconti neo-pop da bombardamento mediatico, sono tutte inquadrate da cornici che dichiarano l'ascendenza barocca nei fregi dorati appiattiti,  riprodotti con tecnica digitale su superfici trasparenti  a simulazione dei pesanti  intagli profondi, di scultorea ascendenza, espressione di un periodo che dello "stupor infin la meraviglia" fece la propria ragione culturale ed estetica. Ed è  proprio con l'elemento cornice, utilizzato per inquadrare, comprendendoli in un unico dipinto anche gli altri quattro vizi capitali – Ira, Accidia, Avarizia e Invidia – a complemento della sua ironica stigmatizzazione delle più inique debolezze umane, che l'artista  trasforma antinomicamente il modello referenziale barocco in leggere e terse intelaiature di metacrilato . Nel  passaggio a nuova apparenza con cui trasfigura l' elemento cornice, così importante nella cultura barocca perché  destinato ad avvalorare enfaticamente, racchiudendoli con pomposa magniloquenza quadri,  specchiere e sopraporte,  la Di Trani soddisfa appieno le necessità eccentriche  di uno stile  che aveva esaltato bizzarria e irregolarità, che aveva celebrato decori opulenti e   fomentato   emozioni violente; peraltro, appunto,  così simili, agli eccessi condannati dei  sette vizi capitali.

Ad essi, il cui numero altamente simbolico si connette a princìpi  di espiazione e purificazione conformi all'iniquità della colpa, in modo criptico alludono anche i titoli dei dipinti.   Espunti  del soggetto che li qualifica precisamente come vizio della gola piuttosto che della lussuria, essi ci dispongono per questo ad interpretazioni aperte e soggettive, destabilizzanti per le sicure  certezze di pene da conferire adeguate a punire la gravità di  ogni singolo peccato.

L'impossibilità di ottenere sicurezza certa, ìnsita nello spirito di un'epoca come quella barocca, magniloquente, grandiosa  ma anche venata di sottili inquietudini, trasforma lo spazio rinnovandolo come spazio teatrale: luogo della messa in scena per eccellenza, atto a rappresentare il dissidio tra apparenza e realtà attraverso il "bel composto" delle arti di berniniana memoria.

Anche lo spazio per la Di Trani è campo della celebrazione assoluta dell'arte, luogo di eventi totalizzanti che  spaziano dalla pittura, alla musica, alla performance, alla macchina del tempo, uniti tra loro da un segno unificante, da una cifra riconoscibile che collega la singola esperienza ad un  tutto temporale.

 In questa logica trovano coerente collocazione il mimo  Rò Rocchi, che accredita  la sua azione  performativa  in galleria usando una cornice barocca come un contenitore aperto da cui entrare e uscire, e le musiche di Jean Baptiste Lully Ballet Music for the Sun King che dotano lo spazio di un  sottofondo sonoro regale. Anche la Macchina del tempo partecipa del progetto calcolato dalla Di Trani nei più minimi dettagli,  riproducendo, con moto circolare l'immagine virtuale di un suo dipinto, allusiva  all'infinito trascorrere del tempo filosofico; altrettanto vale per  l'opera Stargate: due tempi allo specchio. Quest'ultima è dotata  inoltre di un secondo titolo, Congedo, o L'immagine della fine,  suggerito dal busto plastico che fa parte dell'opera stessa, riflesso sullo specchio che funge da sostegno. Apparenza e realtà così equamente condivise in Stargate, il cui specchio d'appoggio è anch'esso chiuso da una cornice barocca, evidente segno unificante dell'intera mostra, ricompongono nuovamente l'idea  del principio metamorfico barocco capace di stravolgere le certezze, evidentemente  non così inossidabili  espresse dal monolitico concetto  di realtà.

 

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