02/10/2007  al 19/10/2007

PUNTO GI: Una risata ci seppellirà

A cura di: Loredana Rea

PUNTO GI: Una risata ci seppellirà

“Non c’è possibilità di fuga, in nessun posto e per nessuno”

Milan Kundera

Nella società liquida in cui viviamo la globalizzazione negativa ha ormai vinto ogni resistenza e il grande flusso inarrestabile delle merci ha travolto o sta per travolgere anche gli ultimi sacchi di sabbia posti a difesa delle fragili sovrastrutture ideologiche, del pensiero collettivo, delle identità.
L’omologazione viene oggi chiamata libertà, ma si tratta invece di un contenitore vuoto che ciascuno di noi è chiamato a riempire in solitudine, dedicandosi essantemente all’inseguimento di un cinico principio di piacere. L’uomo globalizzato è stato convinto a vendere la propria anima in cambio dell’illusione di poter consumare all’infinito e di non essere costretto a riflettere, a pensare, a porsi delle domande: da molto tempo i consumi esistenziali hanno preso il posto degli interrogativi esistenziali. L’imperativo morale “conosci te stesso”, che stava a fondamento della cultura occidentale, oggi sarebbe utilizzabile tutt’al più per uno slogan pubblicitario. Ma alla fine l’individuo si ritrova sempre più solo, disorientato e impotente, chiuso com’è in una dimensione claustrofobica, prigioniero di una cella le cui pareti sono fatte di immagini e di messaggi accattivanti e suadenti.
Tale stringente problematica viene affrontata da Punto Gi in uno dei modi artistici più efficaci e convincenti, ovvero con ironia. La condizione dell’uomo d’oggi è espressa innanzi tutto dalla serie di fotografie in cui vediamo i tre artisti con la testa infilata in un sacchetto di plastica che aderisce al volto e impedisce loro di respirare: ostaggi di un potere occulto, ciascuno di essi vede annullata la sua identità, tanto che al posto del volto vi è ora una sorta di maschera tragica, emblema del soffocamento di ogni vera individualità. Altre immagini in mostra rinviano al contrasto tra spirito e corpo, verità e ipocrisia, contrapposizione in cui sempre più spesso è il secondo termine a prevalere.
Il valore dell’ autenticità, della naturalezza, della spontaneità è invece affidato alle immagini dei bambini: ma anche loro sono minacciati da qualcosa di imponderabile e allora, per metterli al sicuro, paradossalmente i nostri artisti li hanno chiusi nei vasi di vetro da conserva. Nel video, poi, ritroviamo ben rappresentata quella ricerca di sé che un tempo era il fulcro della filosofia e dell’arte occidentali.
Solo che ora il buio avvolge il volto dell’uomo e a stento la luce di una torcia elettrica riesce nel suo movimento ad illuminarne una parte, a farla emergere dal nulla; per di più colui che vediamo affiorare dal buio indossa una mascherina, che rinvia ancora ad una condizione esistenziale degradata. Tutto questo viene detto da Punto Gi senza pedante retorica, anzi. L’ironia, ora frutto di disincanto ora invece di lucida presa di posizione, circola con leggerezza in tutte le opere e le preserva da facili cadute moralistiche. Per altro, a rendere ancora più esplicita l’intenzione ironica, da una teca che contiene una protesi umana, una dentiera, giunge con cadenza inesorabile una risata sarcastica che ci costringe a considerare con vigile attenzione ciò che vediamo esposto.
Quella risata provocatoria può essere avvertita come un richiamo alla vanità delle cose a cui invece l’uomo contemporaneo si aggrappa con speranzosa disperazione. Ma può essere anche interpretata come la risata beffarda di alcuni guitti che, come nel film “Morte a Venezia” di Visconti, si prendono gioco di coloro che nella loro presunta superiorità non sanno percepire la minaccia che li circonda. D’altronde tra guitti e artisti vi è da sempre una stretta e fertile parentela, tanto che la messinscena di Punto Gi può essere vista anche come una pungente e amara rappresentazione del
sistema dell’arte, oltre che del modus vivendi contemporaneo. L’ironia, si sa, può essere affilatissima: e a doppio taglio.

 

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