16/11/2004  al 03/12/2004

NICOLA PASCARELLA : Immater – agini

A cura di: Loredana Rea

NICOLA PASCARELLA : Immater – agini Il lavoro di Nicola Pascarella prende l’avvio da un attento riferimento a Man Ray e Luigi Veronesi,dopo aver assimilato l’insegnamento più eteroclito dell’uso della fotografia e dei suoi processi di astrazione. A differenza di altri tentativi che cercano di elaborare un’immagine più totalizzante,questo lavoro ormai contestualizzato dal campo della sperimentazione,muove direttamente da un orizzonte concreto,pensando ai risultati del lavoro più che ad una particolare formazione.Non soltanto Pascarella perviene ad una identificazione della luce e una sottolineatura inedita del suo vantaggio,ma imposta in maniera singolare il tema stesso di far scaturire da un gesto quasi astratto delle maschere primordiali di riconoscimento umano ed antropomorfo. Naturalmente,una volta partendo da un metodo astratto era molto più semplice individuare qualcosa di diverso ed inconsueto. Oggi questo diventa più difficile perché l’astrattismo è diventato quasi una normativa retorica. Del resto,io stesso non me ne sono occupato più per questo motivo,dunque sono propenso a guardare il lavoro di Pascarella come uno dei tentativi ulteriori che però non vanno solo in questa direzione. Quando sono venuto a contatto con il lavoro di questo artista casertano,sono rimasto colpito da alcune cose che cercherò qui di illustrare. La prima è di natura biografica,e forse non è direttamente collegata al lavoro: Pascarella abita e lavora a Caserta ed ha lo studio situato a ridosso del centro storico. All’interno del cortile del palazzo,prima di salire le scale che portano allo studio,c’è il laboratorio di una macelleria ed è quindi usuale trovare esposti pezzi della macellazione,ovvero i risultati di un lavoro a cui partecipa tutta la famiglia del negoziante. Inoltre,nel periodo in cui sono andato a visitare lo studio era già scoppiata la sindrome della “mucca pazza” e questi pezzi di carne sembravano,dietro l’effetto del riverbero mediologico,abbandonati dal loro destino di alimento sociale. Quindi, una volta arrivati nello studio, ci si trova di fronte a delle,che pur non avendo nulla a che fare con i riti sacrificali di Hermann Nitsch, conservano impropriamente una spettralità psichica (forse amplificata dallo spettacolo appena lasciato). Infatti,accedendo alle stanze dello studio ci troviamo davanti a questi grandi lavori su carta fotografica che fanno emergere dal buio totale della “camera scura” una quantità eterogenea di forme e di non-forme. Mi ero già occupato qualche anno fa di questo procedimento fotografico,grazie ad un lavoro teatrale di Cesare Accetta,dove l’artista napoletano metteva in scena l’esperienza del fotografo e del suo immaginario all’interno della “camera buia”. Sul palco della Galleria Toledo,e poi su quello del Teatro Vascello di Roma,si consumava un’azione teatrale in cui erano stati coinvolti due attori che,accompagnati dalla musica dei Bisca,finivano per imprimere in diretta l’evento,con il procedimento dell’emulsione,in un formato da fondale scenografico. Inoltre,ancor prima di quella di Cesare Accetta,per quanto riguarda tecnica c’è l’esperienza del body-artista napoletano Giuseppe Desiato. Egli,rinnovando lo studio,si e fatto costruire delle vasche a grandezza umana che gli servono per emulsionare direttamente le forme dei corpi che vi si immergono e dare vita a questa sua mitica “sposa”coperta di tulle e fiori finti,prototipo della ninfa plebea. Mi viene di notare che quando si parla di arte e artisti napoletani,è rarissimo riuscire ad allontanarsi dal contesto dell’espressione popolare,anche quando si tratta di presupposti che provengono dai modi più avvertiti della tradizione d’avanguarda. Tornando al lavoro di Pascarella,la differenza che risulta evidente rispetto agli esempi che abbiamo posto è quella della proposizione di immagini primitive ed al limite dello splatter. L’artista casertano induce all’idea di voler incidere delle immagini mentali che in qualche modo si rifanno a degli archetipi della figura umana. Però anche lui per realizzare questo compie delle azioni nella camera oscura,azioni che invece di essere in qualche modo tutte quante esternate,vengono minimizzate dal dettaglio che compare nel fissaggio e da ciò è facile dedurre che Pascarella non interessa la rappresentazione ma agisce piuttosto su una sintesi che mette in gioco dei fantasmi,delle anime purganti,dei segni di luce che si muovono nello spazio vuoto del bianco e nero. Un’altra cosa che mi ha fatto riflettere nell’incontro con Pascarella,è che ancora una volta mi trovavo di fronte ad un artista che non pensava al suo lavoro solo come qualcosa da esporre,ma anche come una serie di attività nel campo artistico amplificassero il raggio d’azione del suo procedimento artistico. E dico ancora una volta perché da diverso tempo mi capita di aver a che fare con l’esigenza di artisti di non fermare il proprio gesto estetico alla realizzazione di un prodotto in senso stretto,inteso come opera,quadro,scultura etc.,ma di spandere il proprio pensare all’arte in azioni di più ampio raggio. Mi riferisco al fatto che lo studio di Pascarella è diviso in due parti :le prime tre stanze sono dedicate all’attività della galleria denominata “Installart” e le altre più interne sono quelle dove lui realizza le sue opere. Pensando ad artisti che realizzano il proprio lavoro organizzando mostre di altri artisti e poeti,o progettando spazi mi vengono subito in mente dei nomi di Nello Teodoro (penso alla definizione della galleria Teodora o alla pubblicazioni realizzate con il marchio Città di Teodora), Pietro Finelli con Being Beauteous (mostra ed evento realizzata a Milano dove i diversi oggetti erano esposti in negozi della città che nulla avevano a che fare con essi),Marco Nereo Rotelli con Teorema femminile o gli eventi e raccolte di poesie che è andato organizzando negli ultimi anni,Dino Izzo che ha aperto una galleria con il suo nome letto come numero (IZZO,milleduecentoventi) in cui realizza mostre sue e di altri. A tale lista,quindi,in qualche modo si aggiunge anche Pascarella che rimarca,ancora una volta,l’importanza di questa forma di autorganizzazione. In tempi come i nostri in cui il mercato dell’arte è quasi inesistente,questa forma di gestione delle attività artistiche non si propone solo come alternativa agli interessi economici dei mercanti,ma principalmente come esperienza particolare di composizione dell’idea di lavoro artistico. D’altronde,se per esperienza,in generalissima accezione del termine,è da intendere “acquisizione d’informazioni” è già incluso in ciò ogni lavoro che va al di là del semplice prodotto fotografico. Ecco allora l’esperienza prendere forme ed aspetti diversi : concettuali,sociali,economici,lirici. Ciò permette di dire che il percorso dell’opera già presente nel farsi delle singole infinite forme di esperienza,ritorna e celebra il proprio trionfo nel surriscaldamento di quegli atti minimi che compongono le fotografie. Una siffatta impostazione del lavoro non rischia di arenarsi nelle secche del manuale pittorico. In verità,questo gesto di circolarità di Pascarella riconosce l’inseparabilità del pensiero del reale. Per adesso,comunque,ciò che rimane sono queste fotografie,queste grafiche incise dal buio e dalla luce,questi spettri impressionati dal mistero. C’è una piccola tela emulsionata che li accompagna tutti che porta scritto frontalmente “SENZA TEMPO SENZA ETA’”. Di fronte a tali cifre si tratta di porsi al di là di riferimenti troppo totalizzati,un colpo definitivo. Guardando i fantasmi che emergono sulla linea di confine dell’immagine si possono ricostruire le nostre incertezze millenarie,convinti del fatto che la posta in gioco è quella che riguarda una sparizione,un indizio che trattiene solo il gesto,la traccia di un nostro passaggio nel buio prima di essere trasformati di nuovo in pura energia. Se si sfoglia attentamente il primo volume del libro di Andrè Leroi-Gourhan il gesto e la parola,si incontrano le tracce ed i fantasmi primordiali. E’ come se l’immagine della specie,attraverso l’identificazione e l’immagine del cervello degli animali si legasse di più alle sue radici per poi farle riemergere in una corsa di inconscio tecnologico. Chiedetevi pure : ci sono qui le tracce dell’essere?

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