07/06/2011  al 24/06/2011

Minou Amirsoleimani. l’acqua nell’anfora e noi a girovagare assetati

A cura di: Loredana Rea

Minou Amirsoleimani. l’acqua nell’anfora e noi a girovagare assetati Per questa esposizione Minou Amirsoleimani presenta un’opera rigorosa e di grande incanto, a suggerire la fragilità dell’esistenza e la difficoltà di confrontarsi con la quotidianità, aggiungendo  un altro tassello all’analisi dello spazio in relazione alle forme in esso contenute, che dagli anni ’90 le ha offerto molti importati spunti di riflessione.


Dissonanze transitorie
dal 7 al 24 giugno 2011
 
 
l’Acqua nell’anfora e noi a girovagare assetati
Mawlānā Jalāl al-Dīn Rūmī
Di Loredana Rea
 
Il percorso di ricerca, che Minou Amirsoleimani ha costruito con il rigore e la determinazione di chi sa che l’impegno porterà i suoi frutti, fin dall’inizio ha trovato stimoli irrinunciabili nella dottrina Sufi, fondamento della mistica islamica, che rappresenta la sorgente cui sempre attingere e la possibilità di ritrovare quell’originaria armonia, che permette di superare i confini culturali e le differenze legate al quotidiano farsi delle cose.
Negli ultimi anni la riflessione intorno ai capisaldi di una sapienza antica, capace di unire in maniera sincretica ascetismo, misticismo e precetti di vita, l’ha condotta all’elaborazione di un linguaggio visivo, in cui l’atavica memoria delle radici persiane si fonde inscindibilmente con le istanze sperimentali dell’arte occidentale del secondo ‘900, per rendere manifesta la possibilità di superare il disorientamento generato da ciò che appare e ciò che è.
A ritmare la complessa strutturazione del proprio linguaggio, sottolineando con sempre maggiore forza l’idea che l'arte può offrire all'uomo l'opportunità di alleviare la precarietà della propria esistenza rispetto all'incommensurabile assolutezza del tempo, Amirsoleimani ha scelto di utilizzare ormai in maniera pressoché esclusiva la carta. Essa non è solo medium elettivo con cui costruire le opere, è sostanza sensibile che accoglie il lento sedimentarsi e sovrapporsi di immagini, segni, tracce di esperienze vissute e ricordate. È materia fragile e resistente, duttile e solida, sempre pronta a comporsi e decomporsi, a contaminarsi con tutte le sembianze per dare corpo alle memorie e alle attese, alle presenze e alle lontananze. Con la carta, che l’artista modella, incide e delicatamente colora, sono state create molte serie di lavori, soprattutto altorilievi e oggetti scultorei, ma anche alcune installazioni di grande fascino, tutte accomunate dalla necessità di mantenere viva l’esperienza vissuta e di comporla nella prospettiva di luoghi e tempi differenti, che si pongono come limite invisibile dove si arresta l’interrogazione sulla fugace consistenza della realtà. Sono opere minimali e contemporaneamente complesse, caratterizzate da una plastica rigorosa, esaltata dall’uso calibratissimo delle cere e da una pigmentazione leggera, costruite con l’intento di evidenziare da una parte il nitore delle forme e dall’altra le capacità evocative dei simboli della cultura originaria, cui l’artista fa continuo riferimento, per non perdere la coscienza di sé e intrecciare un filo sottile eppure tenace, capace di legare strettamente il passato al presente.
Per questa esposizione Amirsoleimani presenta un’installazione di sottile incanto, che con la sua ricercata semplicità aggiunge un altro tassello all’analisi dello spazio in relazione alle forme in esso contenute, fornendole nuovi, importati spunti di riflessione. Lo spazio, infatti, non è mai percepito come dimensione continua e finita, quanto come profondità incommensurabile, continuamente generata della dinamica discontinuità del presente e degli eventi che in esso si compiono e che inevitabilmente riempiono la coscienza e pesano sullo svolgersi della vita, condizionandola.
L’idea da cui nasceè il desiderio di suggerire l’esile consistenza della vita, la difficoltà di confrontarsi con la quotidianità e soprattutto il bisogno di ricercare l’effimera, appagante armonia tra sé e l’altro da sé. L’intento è di risvegliare il nostro sguardo, spesso tanto superficiale da non saper più cogliere il senso degli accadimenti di cui è ordita l’esistenza, per costruire un rinnovato dialogo con la realtà che ci circonda, tracciando un percorso fatto di quelle piccole cose che segnano l’esperienza di ognuno.
Un lungo rotolo, intessuto di versi in lingua farsi, si dispiega nello spazio della galleria, scandendo il ritmo solenne di un’antica ritualità, legata alla tradizione persiana. Le ciotole segni inequivocabili di una simbolica offerta custodiscono il bene più prezioso per la continuità della vita, l’acqua intesa come inizio di tutte le cose. Interamente realizzato in carta, lieve come il soffio di una brezza mattutina o corposa come la creta umorosa del greto di un ruscello, l’intervento creato da Minou Amirsoleimani delinea con innegabile sapienza evocativa il percorso di un’indagine difficile eppure ineludibile: rintracciare nei segni di un quotidiano spesso apparentemente banale le motivazioni di un sentire profondo, per provare a dare un significato a ciò che in apparenza non ha significato.
I versi di Mawlānā Jalāl al-Dīn Rūmī, poeta persiano del XIII secolo, scelti per il titolo avvolgono come il mantello dei Sufi, tessuto in umile lana, lo spazio espositivo a esemplificare un rituale di purificazione, di rigenerazione, di ritorno a nuova vita, indicando la direzione di una ricerca che si offre come possibilità di oltrepassare la mutevole compiutezza dell’apparenza, di raggiungere l’incessante diversità dell’infinito e ritrovare l'armonia panica che tutto giustifica e tutto connette.
 
 

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