28/09/2010  al 15/10/2010

Marco Ferri - Fil di ferri

A cura di: Loredana Rea

Marco Ferri -  Fil di ferri … per realizzare le sue sculture, Marco Ferri ricorre all’impiego insistito, e linguisticamente caratterizzante, del più elementare filo metallico, magari già utilizzato e, alla bisogna, perfino di recupero da qualche discarica, comunque ricco di vissuto; materiale che sa essere, ad un tempo, duttile e rigido, direzionale e flessibile, strutturale e pieghevole.

Marco Ferri
Fil di ferri
Dal 28 settembre al 15 ottobre 2010
 
Marco Ferri è nato e vive a Tarquinia, indicazione biografica che vale da sola a spiegarne gli esordi operativi in campo ceramico, volti alla sperimentazione, di sapore sempre un po’ alchemico, nella scia (e alla ricerca) del mitico bucchero etrusco; magari, all’inizio, non troncando neppure i legami con l’oggetto d’uso.
Ma ben presto è apparso evidente che quanto stava, e sta, realmente a cuore a Ferri era la scultura, al punto che questa un poco alla volta, si è andata, nel suo lavoro, emancipando dallo stesso ricorso alla terracotta.
Il suo amore per la scultura era, e resta tuttora, volto interamente, invece, alla ricerca di una leggerezza, quale radicale reazione alla plastica intesa come statuaria. Alla drammatica diagnosi martiniana della “Scultura lingua morta” (1945), gli artisti avrebbero reagito, nel tempo, in modi e secondo percorsi antitetici: da una parte la ricerca di opere a dimensione urbana; strutture praticabili, capaci, in una certa misura, di fare concorrenza all’architettura (più tardi, nella stagione decostruttivista, sarebbe spettato all’architettura fare concorrenza alla scultura). L’altra era, appunto, la citata via della leggerezza, che, a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, sarebbe divenuta per molti un topos imprescindibile. Poteva magari venir risolta con la riduzione della terza dimensione ad aggetti appena pronunciati o con l’adozione di materiali esili e trasparenti, effimeri e magari luminosi (aprendo, in questo modo, la porta, o più porte, alla dissoluzione della scultura stessa nelle installazioni, ma altresì alla pratica della contaminazione dei linguaggi).
La scultura, quale interessava, e tuttora interessa, a Ferri e ad altri compagni di strada, veniva insomma a negare uno degli attributi, tradizionali e per millenni ritenuti imprescindibili, dell’opera plastica, ovvero la consistenza materica; in breve, il peso. All’artista tarquiniense interessava, e interessa, un’accezione della scultura poetica e lieve, che riscopriva spontaneamente quale antecedente le ideazioni rarefatte, poetiche e minimali di un Fausto Melotti.
Si trattava di quella stessa leggerezza, aspirazione transdisciplinare, teorizzata in letteratura da Italo Calvino, alla quale si possono ricondurre, poniamo, i Mobiles di Alexander Calder e, magari, pure, le Amalasunte liciniane. E che denunciava quale premessa la riscoperta, a partire dagli anni Cinquanta, di un certo sintetismo di sapore orientale e di valenza Zen. Leggerezza che, comunque, nel nostro artista si associa ad una discreta attitudine ludica, come testimoniano la messa a punto di estrose macchine inutili, e la stessa scherzosa titolazione della mostra: Fil di Ferri.
Già, perché, per realizzare le sue sculture, Marco Ferri ricorre all’impiego insistito, e linguisticamente caratterizzante, del più elementare filo metallico, magari già utilizzato e, alla bisogna, perfino di recupero da qualche discarica, comunque ricco di vissuto; materiale che sa essere, ad un tempo, duttile e rigido, direzionale e flessibile, strutturale e pieghevole. E, al filo di ferro, egli accosta elementi di legno e brandelli di tela dipinta: accezione della scultura più elementare e antiretorica, più ascetica e disarmante è davvero difficile immaginare (Avevamo gli occhi belli). Talvolta i fili metallici si presentano sotto forma di fasci alla stregua di fiori sui loro steli, e difatti sono impreziositi da piccoli anelli allusivi e serrati da una sorta dì nastro. In altri casi i fili sorreggono dei sottilissimi tondelli in terracotta vivacemente decorata, ad accrescere l’effetto di poetica festosità. Ulteriore aspetto degno di nota è che Ferri ha voluto attribuire ad alcune sue sculture la possibilità di movimento: può magari trattarsi di miniaturistici carretti mobili sulle ruote (Carro), o di curiose macchine azionate da manovelle, assolutamente prive di ogni esito concreto, di ogni logica funzionale, anche a prescindere dalla scala, che le consegnerebbe comunque al registro del modello (ma, sia ben chiaro, il modellismo, sia pure di natura fantastica, è proprio l’ultima delle intenzioni che potrebbero interessare a Ferri).
Macchine inutili, insomma, di lontana discendenza dadaista; e tuttavia lontanissime dal macchinismo metallico e meccanico di un Tinguely, ad esempio. Quelle di Ferri sono, al contrario, una sorta di immaginarie strumentazioni arcaiche e rurali, approssimative e bizzarre; magari attrezzerie per funamboli e giocolieri.
Interessante è anche notare come la scultura di Ferri si volga talvolta a interpretare le presenze del mito antico (la nascita tarquiniense deve naturalmente giocare qui la sua parte): un’opera come Verso Itaca - peraltro non presente in mostra - mi sembra davvero ammirevole per sintesi formale e capacità evocativa: con la grande sagoma della nave di Ulisse e la selva delle lance verticali, unica emergenza visibile dei compagni dell’eroe, qua e là scandita dagli scudi quadrati.
Del resto, Ferri non è solo scultore; egli affianca all’operare propriamente tridimensionale anche la pittura. Ma, a ben vedere, pure l’attività pittorica dell’artista - si tratta di tecniche miste su tela su poliuretano - possiede una sua, pur elementare, spazialità e merita di essere ascritta nel novero della pittoscultura. Valga come esempio il poetico Attraversamenti, che associa alla tela, ancora, l’impiego del filo di ferro.
Minimale e dal vago sapore poverista (basti pensare ai rappezzi della tela, ai lecerti di denim accostati: Faccio il verso alla notte), la pittoscultura di Ferri è comunque ben congruente con le terracotte e le strutture di filo metallico e vive dell’accostamento di colori chiari - celesti, rosa, ocra chiari - interpreti di un immaginario solare e mediterraneo, tradendo peraltro la suggestione della finitura scabra, dell’intonaco (Muro d’orto).
Carlo Fabrizio Carli
Fregene, agosto 2010
 

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