01/02/2005  al 18/02/2005

NICOLA LIBERATORE: Segni del tempo, tracce della memoria

A cura di: Loredana Rea

NICOLA LIBERATORE: Segni del tempo, tracce della memoria Il campo di sperimentazione di Nicola Liberatore fin da principio si dispiega tutto intorno all’esigenza di riscoprire la propria originaria identità, le radici da cui ciascuno trae nutrimento e che l’artista non vuole, né può lasciare fuori dalla propria pratica creativa. Le radici significano, infatti, una profondità e una stratificazione culturale e antropologica che è impossibile trascurare, perché offrono gli strumenti per cogliere le ragioni degli accadimenti legati alla quotidianità. Il loro recupero, la loro memoria non investe solo la ricerca sui materiali specifici di una terra o sulle cromie o piuttosto sul recupero degli archetipi, ma si basa sulla persistenza dell’immaginario e dei segni di un luogo, che creano l’humus adeguato per costruire la specificità del proprio linguaggio in dialettico rapporto tra il territorio della geografia e uno strettamente esistenziale, così da assicurare alla ricerca un senso che la renda avanzata, che la proietti in una situazione ampia, in cui le tracce profonde dell’originaria appartenenza superino ogni banalizzazione citazionistica. Sempre più nel corso degli anni, il linguaggio pittorico elaborato da Liberatore si è perciò caratterizzato come il risultato del difficile equilibrio tra la persistenza del passato e la necessità di rapportarsi con le problematiche del presente, tanto che le opere appaiono ormai come complesse stratificazioni materiche, in cui il tempo si è sedimentato lasciando tracce flagranti del suo scorrere inarrestabile. Tracce che si presentano come segni sconnessi e come immagini lacunose o miracolosamente integre, recuperati dalla forza della memoria al fagocitante deterioramento dell’abbandono per simbolizzare il valore che l’esperienza assume nella realtà del quotidiano. La materia cromatica, estremamente semplificata nell’utilizzo di poche tonalità: bianchi, ocra, grigi e cilestrini eppure sorprendentemente complicata negli spessori, nelle grane, nelle velature non è mezzo di rappresentazione, piuttosto appare come muro ruvido, talvolta sberciato su cui a intonaco è succeduto altro intonaco, a colore altro colore lavato via dall’inesorabile scorrere del tempo, mentre i disegni successivamente tracciati sono stati divorati dalle opacità cretacee, dalle malte degradate, dai pigmenti ossidati. All’artista è dato il compito di far emergere dalle crepe profonde, dalle piccole pieghe, dagli impasti corrosi e dalle improvvise smagliature degli spessori i segni graffiti e le immagini lievemente tracciate con il colore per ritrovare il senso dell’eterno fluire. È così che calchi, impronte, reticoli di segni e frammenti di materie eterogenee ritmano la superficie secondo accordi e dissonanze per restituire alla pittura la flagranza della realtà. Ma la forza di questi reperti, di questi frammenti scompaginati di una dimensione che è stata, è nell’assenza dell’evidenza delle cose e nella capacità di evocare un’esistenza che ora non è più. Di essa, però, ci rimane la traccia imprigionata nella solidità di una pittura che è fatta di sapienti impasti e di ricercate fratture, di sconnessioni, di rughe, di solchi, di granelli sottili, che quasi sfuggono alla vista ma che il tatto è capace di registrare. Il quadro si presenta, allora, come il luogo privilegiato per le momentanee epifanie di enigmatiche presenze, che sembrano sempre sul punto di essere riassorbite da quella materia che le ha rese manifeste, ma che invece le trattiene in maniera duratura. I graffi, gli squarci, i frammenti di parole, i calchi degli oggetti e le impronte dell’uomo sono rimasti impigliati nella densità e nei differenti spessori del colore come i frammenti organici nelle sedimentazioni rocciose. Liberatore interviene sulla dura e opaca resistenza della superficie per restituire vitalità a ciò che sembrava completamente cementato dentro la materia cromatica e così il muro, attraverso la sua azione programmatica, si trasforma in superficie mobile, estremamente ricettiva pronta a mostrare ciò che ha preservato dall’oblio: i segni del tempo e le tracce della memoria, che rappresentano la coscienza dell’accadere, del farsi delle cose, del loro continuo divenire.

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