07/10/2003  al 24/10/2003

ALESSIO LAROCCHI: Souvenir de soi - meme

A cura di: Loredana Rea

ALESSIO LAROCCHI: Souvenir de soi - meme Souvenir de soi-meme, progetto espositivo realizzato nel 2000, è una raccolta di opere composta da 8 foto digitali e 5 stampe fotografiche b/n spellicolate e applicate su tela Rembrandt che riprendono particolari ingranditi di minuscole sculture dentali. Anche le 5 sculturine, oggetto delle riprese, sono proposte in mostra: i denti plasmati quasi interamente in cera - emblematico materiale “a perdere” - presentano la parte superiore in pietra dura con simulazione di carie antropomorfe le cui corrosioni permettono l'identificazione di faccine patetiche. Ciascuna delle cinque micro-anatomie, ironici ricordi di 'intimi' paesaggi, è fissata su basamento metallico, protetta da campana in vetro, collocata su mensola. Mademoiselle Limoges, premolare capostipite di una intera generazione dentale difforme, a suo modo contribuisce alla teoria della forma, persevera in corrosiva autoconsunzione e annuncia orgogliosa la nascita dei nipotini dalle faccine patetiche. I dentini estratti alludono, dentro e fuor di metafora al tema del distacco in piena crisi di ìdentità, soprattutto ora separati come sono dagli abituali alveoli oralì garanzia di alloggio e giustificazione almeno funzionale al loro esserci. Perdita di senso, ricerca disperata di senso: moto altalenante perpetuo di immagini ambigue che, sempre restie a darsi completamente, diffidano costantemente della dimensione definitiva. Oscillazione ritmica di forme dalla radice avventizia, per esprimersi in terminologia quasi odontalgica! Per trattenere un souvenir de soi-meme, almeno un frammento, conviene forse un atteggiamento più morbido, un dolce abbandono; per recuperare il mai tenuto saldamente conviene proprio smarrirlo, disperderlo per sottrazione, come carie che consuma e magicamente rivela segni antropomorfi, familiari faccine patetiche, disperati tentativi di firmare il vuoto, di riscattarlo. Un cammeo “a levare”? Forse è il desiderio di ritrovare in ogni cosa una tranquillizzante riconoscibilità a pretendere la proiezione schematica del viso umano persino nella macchia più anonima; forse questa evocata struttura facciale rappresenta il mezzo strategico di orientamento “empatetico” alla comprensione dell'oggetto osservato (sindrome disneyana?). Autoproiezione per agevolare l'approccio, iniziare il dialogo con il nuovo sistema formale... ma anche rischiosa deformazione, subdolo espediente, forzatura egemonica di imporre il personale punto di vista, finta sintonia, simulata familiarità. Speculare mise en abime, face to face, riflesso di sé: il volto, icona ineluttabile, si manifesta sempre con successo, è indifferente a qualsiasi orientamento assiale privilegiato, comunque ruoti su se stessa, infatti, l'immagine che lo rivela è in grado ogni volta di mostrarlo come “parente stretto” ad un fruitore narcotizzato da narcisistica anestesia. La fotografia nell'assoluta interscambiabilità del verso di lettura - non importa come la si posiziona - presenta sempre la faccina patetica, dolorosa e dolorante di un nipotino orfano di senso. Un visetto troppo inflazionato per non smascherare un miraggio prodotto solo dalle nostre aspettative. Siamo solo noi infatti a rivederci, compiaciuti, ma ancora noi a riscattarci e prenderci in giro-girando le 'nostre' immagini e ironizzando sulla meccanicità di tali apparizioni. La SÉquenza fotografica, nella SÉrialità, dimostra il funzionamento della visione stereotipata di un super soggetto che impone il proprio ordine mimetico. Allora un possibile senso, questa volta legittimo, delle quattro stampe sopra riprodotte sta nel diffidare della prima impressione (il faccino di mio nipote), come d'altronde della quarta (il faccino dello stesso o di un altro mio nipote), spostandosi sempre in là, oltre l'apparenza. Eppure intorno ai 'nipotini' si coagula in qualche modo un'idea straziante determinata dalla forma, ma nello stesso tempo autonoma rispetto ad essa o almeno a certe caratteristiche illustrative di immediato riscontro (la tristezza non è causata da un occhio che lacrima, ma da un'aura che semplicemente attraversa la materia). Una prosaica esemplificazione del concetto - appena accennata per evitare di degenerare in epicureismo da cooking art - è offerta dalla classica tazzina di un sorso e mezzo di caffè: il primo sorso appaga nell'esatta quantità proporzionata all'aspettativa, ma solo la liquidità mancante del secondo invita a pensare la 'caffeinità', a realizzarne il sapore, promuovendo, eventualmente, ulteriore richiesta. (Avvertenza: la caffeina altera il candore dello smalto). Una visione è pregnante se mostra ciò che non c'è. Visetto sofferente dì fisionomia e identità quasi irrilevanti, aperta visione in cui si coglie in anticipo l'intensità dell'attributo sul sostantivo che lo supporta (colgo il 'triste' prima dell'agente che lo incarna): ovvero può l'arte abitare immagini depotenziate e a bassa definizione dove l'oggetto (dente antropomorfo) scompare smaterializzato (per carie) nel doloroso? Immagini fragili per nulla ideologiche e forse avviate all'estinzione lanciano accorati, forti segnali assolutamente loro malgrado.

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