03/10/2006  al 20/10/2006

ADOLFINA DE STEFANI: Un diavolo per cappello

A cura di: Loredana Rea

ADOLFINA DE STEFANI: Un diavolo per cappello

Un diavolo per cappello

Una storia bianca

L'osservazione di spazi naturali e l'articolazione degli elementi all'interno della loro aura sono  all'origine del percorso di Adolfina De Stefani, che approda ad un concetto di bianco riferito alla realtà, al mondo concreto con cui si confronta senza abbandonarsi ad una dimensione solipsistica.

I materiali della terra, come sassi, rami, tronchi, entrano nella poetica con il loro processo interno di trasformazione e  di continuità organica, esaltata da contrasti e tensioni interne rispetto ai piani di riferimento. L'artista compone la sensibilità estetica nel rapporto tra il flusso concreto della vita e la forma,  tra i colori naturali e i possibili modi di uso come espressione di un comportamento segreto delle pietre (Contagio Isola del Lazzaretto Nuovo, Venezia 1999) o ponendo in relazione elementi flessibili e ritmati nello spazio, come il bambù,  accanto a ferri arrugginiti. Si determina una suggestione fenomenologica, che nell'installazione Dea Reithia (2000),  costituita da una serra di ferri con 1200 limoni di plexiglas, trasforma il paesaggio della rovina. L'esperienza artistica pone in dialogo elementi eterogenei secondo un ordine connotato da proprietà fisiche antitetiche e  seguendo  concetti volti a creare un nuovo senso simbolico  di realtà.

Le informazioni visive mettono in moto procedimenti mentali guidati da  simbologie tradizionali e incertezze contemporanee a cui corrisponde l'uso di materiali naturali e non, flessibili e rigidi. Inizia una conversione del pensiero verso un principio di unità impossibile, una sorta di implosione, che cerca i passaggi energetici tra la fisicità degli elementi in gioco. In tal senso, la sottrazione cromatica, avviata dal '98,  risponde ad un desiderio di ricerca di corrispondenza reale, racchiuse in un comune denominatore.

La contestualizzazione dell'oggetto nello spazio e la sua capacità di sostenerlo apre un percorso di ricerca 'altra', un confronto, un'immersione della propria arte nell'humus della vita, distante dall'enfatizzazione oggettuale e dalla piacevolezza del colore. Gradualmente questo esce dalla scena linguistica per creare un incontro con le verità del corpo, non indagato nella sue qualità fantastiche. Il background nutrito del rapporto con la natura apre una strada nel linguaggio e nella sua formalizzazione. "La tradizione filosofica e scientifica occidentale è basata sulla convinzione che l'intelligenza (o l'anima, o lo spirito o la mente) sia superiore al corpo. ..oggi si assiste a una rivalutazione del corpo….è il corpo ( anzi è il corpo immerso nel suo ampio contesto, anzi è l'universo stesso) a essere un elaboratore di informazioni,di sensazioni, di percezioni …il mondo estroflette un occhio e si guarda…"[1]          

Per Adolfina De Stefani, l'occhio 'altro' da cui guardare il mondo e le sue contraddizioni, è il suo bianco, conquistato tra attraversamenti di corpi immersi nello spazio o piantati nella terra, rivelatori di illusioni sociali. Il bianco, la cui supremazia è riconosciuta presso tutte le culture, è il terreno più arduo per conciliare energie divergenti. Il '900 è connotato dal linguaggio monocromo. Questo segna il passaggio dalla concezione dell'arte come visione del mondo esterno verso una concezione estetica.

Non è più possibile oggi parlare di monocromia, secondo gli statuti di Carel Blotkamp[2], che cercava di stabilire una linea di confine tra le differenti produzioni. Le superfici bianche contemporanee recano il segno dell'impossibilità di collimare istanze e energie. Le superficie bianche di Adolfina De Stefani sono elaborate nel movimento e permettono l'ingresso all'ombra e allo sbarramento del viaggio imprevedibile della luce sulla superficie.

Il percorso di Adolfina De Stefani  si inserisce in questa storia silenziosa che, forse a nostra insaputa,  si sta tracciando e che condurrà ad elaborare altri valori del bianco.

Questo bianco cerca la sua dimensione altra  nel reale, nell'immersione tra la compagine umana.

Forse questo passaggio era già annunciato nella dichiarazione di poetica di Angelo Savelli (1994) quando scrive di "…un atto creativo mosso dal di dentro che sa tutto senza nullo sapere ma trasferisce al gesto del braccio tutto ciò che è necessario per dare il non finito…"distinguendo un concetto di spaziale reale e terreno dall'altro al di là del sublime.

Gli oggetti proposti da Adolfina De Stefani hanno rapporto con il corpo, sono parti di un abbigliamento che mutano l'approccio con l'esterno. I bianchi sono possibili protezioni, una seconda pelle se indossati, punto di confluenza del senso o del desiderio se visti oltre il rapporto con il proprio corpo.

Gli spilli, con le testine bianche, ricoprono il cappello creando una seconda visione del bianco, trascrizione di una condizione, un environnement dinamico che coinvolge lo sguardo in un sottile gioco di relazioni spaziali e volumetriche. Un senso ironico racchiude il percorso dell'artista, che  'fissa' i suoi disappunti con gesti elementari e rituali creando una rappresentazione instabile e mutevole. La delicata costruzione è una progettualità spinosa, pungente che riconduce a simbologie sacre e tormenti. Il percorso di pietre infuocate o di chiodi da fachiri è consumato nel luogo dell'arte,  come passaggio di forza in disequilibrio e scontento. 

 

 

Vittoria Biasi

Roma, 13 settembre, 2006

 

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