14/03/2006  al 31/03/2006

MARCO D’EMILIA: Frammenti da un monologo interiore

A cura di: Loredana Rea

MARCO D’EMILIA: Frammenti da un monologo interiore

Per Marco D’Emilia la pittura si articola intorno alla necessità di elaborare in maniera originale alcuni dei differenti assunti propositivi entro cui si muove il dibattito contemporaneo, senza mai rinnegare il rapporto con il passato, a dimostrare che l’arte è un linguaggio in continua evoluzione e che i tradizionali strumenti espressivi possono essere consapevolmente trasformati, manipolati o anche semplicemente citati, per trasmettere le emozioni generate dai molteplici percorsi della quotidiana esistenza.

Da alcuni anni, infatti, questo giovane artista lavora con l’intento di tradurre in immagini la difficile e complessa connessione tra la necessità di rapportarsi con la tradizione del fare arte e l’urgenza di sperimentare il presente, tra il desiderio di trasformare creativamente le sollecitazioni provenienti dalle esperienze di vita e la necessità dell’elaborazione critica di una prassi operativa completamente autonoma, per costruire un sistema espressivo capace di indagare una dimensione esistenziale in cui i pensieri, le sensazioni, le emozioni si materializzano nello spessore di una materia cromatica attraversata da tensioni vitali, che la fanno apparire in magmatica ebollizione, sempre sul punto di trasformarsi in altro dopo avere infranto il momentaneo equilibrio formale. I suoi quadri si offrono allo sguardo come frammenti di un lungo e sommesso soliloquio, per sviscerare la complessità della vita di ogni giorno e restituirla nella sua incommensurabile profondità e la pittura, intesa come privilegiato strumento di conoscenza, si presenta come luogo metaforico in cui azione e riflessione si uniscono per creare un linguaggio capace di esprimere le inquietudini, le incertezze, le difficoltà che ritmano l’ordinario svolgimento della quotidianità e di trasformare in materia d’arte le tracce del proprio vissuto, per comprendere le ragioni dell’inesplicabile fluire dell’essere.

Nelle opere raccolte in Frammenti da un monologo interiore, il tema dominante della recente ricerca di D’Emilia, la riflessione intorno al paesaggio, è declinato in maniera originale rispetto ai lavori precedenti. Sono piccoli dipinti su tavola, materializzazione di un sentire profondo, in cui il paesaggio non è più riconoscibile come tale perché all’individualità fenomenica di un luogo è sostituita l’individualità del sentire: la materia cromatica come una parete si erge a delimitare uno spazio claustrale, che preclude ogni possibilità di vagare con lo sguardo verso l’orizzonte, per focalizzare l’attenzione sul continuo palpito, sull’inarrestabile fremito che la percorre tutta, qualificandola come inequivocabile concretizzazione di un’urgenza espressiva. Ristretto è lo spazio e quindi il raggio della visione, mentre le forme, costruite con spatolate e stesure di colore, sono semplificate ed ingrandite fino a perdere i propri specifici connotati, per mostrare a distanza ravvicinata la trama degli impasti, la loro intrinseca qualità:  è come se la forma nascesse dalla forza del sentire, al punto che il gioco delle campiture cromatiche, che scendono come cortina spessa ora livida ora inaspettatamente opalescente, finisce con il mostrare luoghi dell’anima, non della geografia.

Il sapiente incastro dei verdi marci, delle terre rugginose, dei grigi metallici, dei blu profondi, degli inaspettati annunci di viola danno vita ad immagini prive di ogni riscontro con la realtà di un luogo, eppure ugualmente lontane dall’astrazione, perché la natura resiste con la sua immanenza potente, con la sua struggente bellezza, con il suo oscuro e inarrestabile rigenerarsi. Anzi, ridotta ad improvvise epifanie di impasti cromatici, quasi a sfiorare l’informale, si presenta come il susseguirsi di frammenti di un ininterrotto monologo interiore, in cui D’Emilia mette a nudo se stesso. Gli strati di materia, le ali di luce stesi una pennellata dopo l’altra, un colpo di spatola dopo l’altro, infatti, si sedimentano sulla superficie del quadro a creare un insieme complesso, in cui i brani di un racconto intimo, di una personale storia quotidiana, di un muto dialogo tra sé e sé si presentano come taches di colore che evocano le terre impastate di umori, i muschi madidi di rugiada, l’intricato pulsare di vita del sottobosco, gli squarci improvvisi di cielo riflessi nelle velature d’acqua di una pozza scura.

 

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