29/01/2008  al 15/02/2008

LUISA COLELLA: Non mi piacciono le isole

A cura di: Loredana Rea

LUISA COLELLA: Non mi piacciono le isole

Grafica, esperta delle tecniche dell'incisione e fotografa, Luisa Colella  compendia i molteplici aspetti del suo fare, tra le cui specificità conta anche la raffinata esecuzione di  libri d'artista, nella realizzazione  della sua mostra Non mi piacciono le isole.

La progettazione perseguita, interna all' ideologia estetica della linea ideativa unificante, l'ha portata di conseguenza a pensare ad un segno qualificante, nel suo caso la forma quadrata,  come cifra riconoscibile della mostra stessa, riscontrabile sia nel formato di stampa utilizzato per le foto – sola eccezione si riscontra nello Stadio le cui dimensioni sono rettangolari -  sia in quello altrettanto rigorosamente quadrato adottato per la realizzazione del catalogo.

Tuttavia il principio armonico di equivalenza e corrispondenze che si coglie in questo dichiarato  modo di procedere, le cui ascendenze vanno certamente colte nell'esperienza  maturata a lungo dall'artista negli studi di progettazione grafica,  viene intenzionalmente disatteso dall'enigmatico titolo dell'evento espositivo Non mi piacciono le isole. Di esso  le foto che lo costituiscono, oltre a rappresentare singoli momenti di un preciso racconto da leggere nel suo insieme, ci chiariscono anche il portato della sottile ambiguità percettiva ci cui sono dotate. Queste immagini infatti non sono semplici foto poiché la loro lettura si completa su entrambi i lati. Non potendosi le otto foto della mostra  per ragioni evidenti fare vedere sull'una e sull'altra parte, questo procedimento concettuale  si realizza allora attraverso il verso e il recto delle otto fotografie del  catalogo. E' stabilita così una stretta relazione tra l'evento espositivo e ciò che lo documenta – il catalogo, appunto – per il tramite di una lettura integrata, che iniziata dalle foto in mostra si estende completandosi  in quelle  stesse foto riprodotte nel  catalogo.

Il lavoro di punzonatura a cui la Colella sottopone inoltre parti delle sue foto – un procedimento che le consente di ottenere attraverso i fori praticati un interessante effetto di rilievo -  continua stampato sotto forma di puntini sul verso delle immagini riprodotte nel catalogo, così da evidenziarne sulla pagina altrimenti bianca il solo contorno speculare. Questo lavoro di punzone, in parte simulato e in parte reale, a mezza strada tra il cartone da ricamo e il cartone da spolvero dei frescanti rinascimentali, mette in evidenza la trama, il disegno cancellato dalla pittura – oggi ricontestualizzata nella fotografia – della quale tuttavia costituisce l'ossatura e le fila del racconto. Per  l'artista proprio questa parte del lavoro solitamente nascosta  non può essere elusa  perché è in essa, è in quei confini  che delimitano a puntini gli spazi che si precisa la memoria  dei limiti circoscritti e chiusi di quelle isole che non le piacciono, i cui contorni  in qualche modo si allentano  sul recto dell'immagine restituiva di più varie e composite informazioni.

Non mi piacciono le isole, come si è detto, è l'enigmatico titolo della mostra allusivo ad un racconto esplorativo che procede per tante tappe quante sono le foto il cui fine è la conoscenza, e attraverso di essa il rifiuto,  di tutto ciò che prefigura  situazioni anguste, apparentemente protette ma prive nella realtà di energia e vitalità autentiche. Al di là della vivacità di superficie  conferita alle foto  dalla stampa ciba a colori vividissimi, nella sequenza proposta dalla Colella non circola aria e ciò che prevale è l'assenza e il silenzio. Un viaggio, questo, che paradossalmente inizia con la sua negazione attraverso la foto Omaggio a Fabio Mauri, dove la barca ancorata al muro ne sottolinea l'impossibilità a salpare. L' Incongruenza dei segni e la macroevidenza di alcune parti dell'immagine ottenuta attraverso la punzonatura, alterano la percezione di ciò che la foto propone, della quale  i colori freddi della stampa e delle inquadrature scelte favoriscono inoltre la sensazione di un tempo sospeso. Non c'è vita nel divertimento che si vorrebbe vissuto a tutti i costi della Ruota delle giostre di Berlino, e altrettanto privo di vita appare Lo stadio, anch'esso di Berlino, luogo per antonomasia deputato allo scatenamento dell'energia allo stato puro. Tutto risulta bloccato, osservato in vitro  in queste foto scattate dall'artista tra il 2000, data a cui si riconduce la sola foto di Villa Medici,  e il 2007, legate tra loro da una coerente linea di ricerca. Ad essa si riferisce anche l'immagine del cibo – vaschette di plastica contenenti fette di bovino involte nel cellofan – ripresa in un anonimo supermercato romano. Il piacere che deriva dalla vista del cibo e lo fa pregustare come alimento è qui negata inibendo le pulsioni primarie attraverso un'immagine asettica da sala operatoria che predispone piuttosto ad un consumo senza desiderio.

Le isole infatti prevedono per loro natura l'isolamento e il non relazionarsi appiattisce se non annulla la comunicazione. A ciò allude la statua di Villa Medici compresa nell'installazione di Zaha  Hadid Meshworks del 2000,  fotografata dalla Colella proprio per esprimere attraverso la tensione delle funi che la imbrigliano tra loro il senso di una difficoltà; quella stessa che costringe all'isolamento chi non produce più per la società, come mostra benissimo con la sua desolazione e senso della distanza il Giardinetto sulla Laurentina.

Il deterrente che anche qui sollecita sensazioni opposte – solitudine derivata dall'assenza umana in un area dedicata allo svago e al riposo contrapposta alla vivezza metallica del colore del prato che occupa i due terzi del campo visivo– si ritrova puntuale nella foto del Cimitero a Moròlo, non casualmente l'ultima tra quelle scelta dall'artista per narrare attraverso il suo racconto per immagini la personale visione della metafora della vita.  Bellissima foto schiacciata in primo piano,  tra tristezza e paradosso ci restituisce appieno  con i fiori rilevati sapientemente a punzone la trasposizione gioiosa da  balconcino tirolese tirato a lucido nel cimitero della provincia frosinate,  secondo modalità di devozione parentale non dissimili da quelle rilevate da Pedro Almodòvar nel suo film Volver nella  sequenza delle donne impegnatissime a pulire di gran lena  e ad abbellire con fiori le tombe dei loro estinti.

Ma la conclusione del messaggio della foto, al di là della sua apparenza dissacratoria da Sagra paesana del fiore,  è proprio lì nella lastra di marmo appoggiata obliqua all' unico  loculo vuoto per  suggerire conclusioni aperte, probabilmente travalicanti oltre  i confini puntinati  sul verso della corrispondente immagine sul catalogo della mostra.

 

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