05/10/2004  al 22/10/2004

Alessandro Casanova “La vie en rose"

A cura di: Pericle Guaglianone

Alessandro Casanova “La vie en rose"
 
ALESSANDRO CASANOVA. TALLONARE IL CORPO
 
La trasgressione quale istituzione (per carità, benemerita) deve molto alla rapidità con la quale l’occhio elettronico, fissandolo con uno scatto, riesce a stanare quel fuori scena – mobilissimo – che pareva ineffabile ai tempi delle modelle e degli atelier. È per questo che scovare (anzi, scavare) una ferma, vitrea – perché fredda ma fusa – eccedenza tutt’altro che baluginante, tutt’altro che “rosea”, proprio nella pornografia, significa osare mettere a fuoco – in quanto autentico resto – il fuori scena del fuori scena[1].
È ciò che avviene con gli oltraggi dismorfici perpetrati da uno sguardo wide shut come quello di Alessandro Casanova, lungo i “flessi erotici” rincorsi (da bravo flâneur, anzi, tallonati)[2] fino al ribaltamento del “vederci chiaro” nell’abisso della wholeness: negli inattesi luoghi-chiave – distorti eppure innalzati, come in volo – di un qui-altrove ordito a colpi di mouse.
 
Le immagini – si sa –, come le indagini, vanno de-pistate: se non altro perché spesso conducono semplicemente (tautologicamente) dove.
E quel dove ce lo troviamo davanti, attraverso un corpo premurosamente “diffuso” – o per meglio dire, disseminato –, nel je ne sais quoi del derma che diventa spalancata geometria in itinere; nelle giunture, nelle cavità, negli orifizi che appaiono – addirittura – insenature, sentieri, improvvise radure[3]. Per giunta, senza il ricorso facile facile ad un’“ipnosi ultratecnologica” che ne possa annacquare quel dove[4]; proponendo, semmai, attraverso il trionfo del disegno, l’inevasa interrogazione umanistica sul primato tra costruzione (dello spazio) e composizione (della figura)[5].
 
Viene da chiedersi dove dovrebbe pur annidarsi, qui, il ruggito vitalistico di un’estetica del corpulento che, oltretutto – neanche fosse così a buon mercato la celebre “stella danzante” partorita dal filosofo –, si smercia ogni volta addirittura per “gaia”; e dove, invece, la dilagante – ma ormai scalcinata – retorica del livido e del colpo ferire, troppo spesso “sublime” soltanto perché sub-limen.
La risposta è che siamo fuori di noi, come stoffa[6], come in un racconto di viaggio, silenziosamente ri-piegati e dis-piegati sul bordo malinconico delle (o, meglio, addosso alle) mille e più feritoie che in questa tettonica dell’anatomia dispersa[7] lampeggiano come i punti di fuga di un’hétérotopie dell’occhio prensile[8] (“Non vi è immagine del corpo senza immaginazione della sua apertura”[9]), lungo i quali – a terra, ma rigorosamente en plein air – denudarsi è un po’ dissolversi. Anzi: ora e mai più (“a voi”, non “a me”, gli occhi), dissolversi dove.
 
Pericle Guaglianone
 
 
[1] Per il concetto di dépense, di ardua traduzione (servirebbe una parola a metà strada tra eccedenza e dispersione, entrambe comunque preferibili a spreco), cfr. G. Bataille, Il limite dell’utile, Milano 2000, pp. 10 e segg.
[2] Il punto di flesso è quello in cui una curva (una parabola) cambia di concavità.
Sul concetto di “flesso erotico”, derivante dalla tradizione araba, cfr. M. Chebel, Il libro delle seduzioni, Torino 2001;  cfr. D. Ranieri, De erotographia. Nuove scritture del desiderio, Roma 2004, pp. 93-116.
[3] A proposito del ripensamento della corporeità compiuto dall’arte contemporanea, cfr. F. Alfano Maglietti (FAM) Identità mutanti. Dalla piega alla piaga: esseri delle contaminazioni contemporanee, Genova 1997; cfr. A. Vettese, Dal corpo chiuso al corpo diffuso, in: F. Poli, a c. di, Arte contemporanea. Le ricerche internazionali dalla fine degli anni ’50 a oggi, Milano 2003, pp. 188-221; cfr. M. Senaldi, Enjoy! Il godimento estetico, Roma 2003, pp. 125-139.
[4] Sulla difficoltà di “pensare a qualcosa di più (letteralmente) reazionario” di un’arte concepita “come variante metaforica, come ‘licenza poetica’ della Tecnica”, cfr. M. Carboni, L’ipnosi ultratecnologica, in Il sublime è ora. Saggio sulle estetiche contemporanee, Roma 2003, pp. 114-123.
[5] Cfr. E. Panofsky, La prospettiva come “forma simbolica”, Milano 1995, pp. 54-77.
[6] “I corpi sono diventati rotoli di stoffa da spiegare e ripiegare l’uno sull’altro […]. La lingua che mi pervade e mi copre, il sesso che mi penetra e mi indossa, la bocca che mi succhia e mi spoglia, tutto è metafora vestimentale”. M. Perniola, Disgusti. Le nuove tendenze estetiche, Genova 1998, p. 13.
[7] A proposito del “fuggire se stessi” dei soggetti malinconici, ovvero del nesso tra malinconia ed erranza, cfr. F. Nietzsche, Aurora. Pensieri sui pregiudizi morali, Roma 2004, pp. 259-60. 
[8] Per il concetto di hétérotopie, “[...] disordine che fa scintillare i frammenti di un gran numero di ordini possibili, nella dimensione senza legge né geometria dell’eteroclito [...]”, cfr. M. Foucault, Le parole e le cose, Paris 1966; cfr. L. Gabellone, L’oggetto surrealista. Il testo, la città, l’oggetto in Breton, Torino 1977, pp. 66-72.
[9] G. Didi-Huberman, Aprire Venere. Nudità, sogno, crudeltà, Torino 2001, p. 77.
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