21/10/2008  al 07/11/2008

FRANCOISE CALCAGNO: Di tempo in tempo

A cura di: Loredana Rea

FRANCOISE CALCAGNO: Di tempo in tempo

Il progetto che Françoise Calcagno va portando avanti da alcuni anni, la sua particolarissima mappa della memoria, mi appare ricorsivo e strutturato, come l’esplicitazione di un Dna. Non a caso utilizzo uno spunto caro ai matematici: quando, per risolvere un problema, esiste un procedimento ben definito, si è soliti dire infatti che quel problema è ricorsivo o algoritmico. Il calcolo deve essere finito, anche se il problema è infinito (e lo spazio che attraversa l’artista, dentro e fuori di noi, è talmente infinito, da apparirci simbolico, paradigmatico e quindi paradossalmente concepibile…). 

L’altro significato del termine ricorsività è caratterizzato dall’inclusione di un procedimento in se stesso: un po’ come immaginare la fotografia di un uomo che tiene in mano una propria fotografia, nella quale tiene in mano una propria fotografia, e così via. L’idea è quella di un gioco di scatole cinesi, oppure – appunto – del codice genetico impresso in ogni cellula del corpo. Qualche volta il rapporto tra i singoli elementi e il disegno complessivo è assai più intricato e crea diversi strati, diversi livelli di conoscenza: questa meno palpabile, ma affascinante ricorsività materica, è forse il vero volto dell’intelligenza creativa di Françoise, il suo modo di operare. La sua bruciante percezione prevede una stratificazione di indizi, montati gli uni sugli altri, ordinati, ma nello stesso tempo autonomi, originali, reciprocamente indifferenti. Un insieme di gerarchie instabili, squassate da tempeste che le deformano. Un viaggio di cui mutano, di continuo, le coordinate. 

La ricorsività di Françoise tesse una personale, intensa arte della memoria. Lei insegue il ricordo con le mani, nei luoghi che il tempo semina di sé, e con le mani agisce nel viaggio, più in levare che in mettere. Lo scavo è assieme doloroso e salvifico; tutta incisa in superficie da minute cicatrici, l’opera segue il ritmo delle stagioni e del respiro: il bianco degli inverni nivei, vuoti di dimenticanza, il fuoco della vampa estiva che materializza gli odori. Di vita si nutre il passato che, a sua volta, nutre l’oggi di dolcezza immedicata: tutto il non-detto, il tralasciato, ciò che rimane nel seme e non sboccia, questo oggi risuona nei lavori di Calcagno. Il suo ricordare è una lucciola che incendia, un’eco domestica che risuona alle tempie. 

Di rado incontro un’artista in cui l’essenza del significare – che è storia di affetti, di fortunosi recuperi, storia innanzitutto, quindi con connotazioni organiche precise – si coniughi con altrettanta forza nell’esercizio armonico del fare, nel sapiente (e misurato) uso di tecniche e materiali. Una sorta di algoritmo dell’entropia, il suo, un colore che pensa. Per me, un regalo immenso di cui le sono grata

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