26/05/2009  al 12/07/2009

LUISA BERGAMINI: Cercando l’infinito

A cura di: Loredana Rea

LUISA BERGAMINI: Cercando l’infinito
Nel corso di oltre un trentennio di lavoro il tema del contenitore, declinato come scatola, teca, cassetto secondo i cicli proposti, è stato per Luisa Bergamini nucleo propulsore di una ricerca che partendo dalla pittura si è snodata con intelligenza in territori differenti eppure contigui, per tornare ad essa sempre carica di altre energie e nuove suggestioni.


La pittura, infatti, diventando lo strumento privilegiato per trasformare le tracce del vissuto personale e della sua memoria in sollecitazioni sempre diverse, le ha offerto fin da principio la possibilità di esplorare orizzonti plurimi, in cui gli stimoli si sono sovrapposti, intrecciati e contaminati, per connettere le une alle altre esperienze operative caratterizzate da un’intrinseca coerenza di pensiero.

Lentamente il contenitore, che già faceva capolino nelle tele di matrice informale, in cui capi di vestiario si distinguevano appena nelle scatole aperte, ha conquistato uno spazio più ampio, nell’intento di dare voce ad emozioni sempre diverse per intensità e radici, presentandosi di volta in volta con rinnovate valenze formali e simboliche. Nell’ultimo decennio l’artista ha indagato con lucida puntualità le problematiche espressive associate ai cassetti, trasformandoli in affascinanti istallazioni pittoriche e fotografiche, che scandivano lo spazio evidenziandone l’architettura, per evocare paesaggi urbani di un inquietante immobilismo e, soprattutto, per misurarsi dialetticamente con l’infinito.

Più recentemente ad affascinarla è l’idea che il cassetto può conservare e preservare la quotidianità di ognuno, permettendo di nasconderla a sguardi indiscreti, sebbene sempre a portata di mano. Luogo privato, profondamente intimo che attraverso l’arte diventa specchio del complesso fluire della realtà e del tentativo di superare il pervadente senso di fragilità che sostanzia l’esistenza. In esso la flagranza del reale sfuma nell’intensità del proprio sentire, aiutandola a mescolare i risultati dalle esperienze di ricerca con le attività legate alla vita di ogni giorno e con le relazioni umane che vi si intessono, a mettere in stretta connessione la vita affettiva ed intima con l’arte, indispensabile binomio per giungere alla consapevolezza di sé, per misurarsi con i propri limiti e superare il disorientamento generato da ciò che appare e ciò che è.Attraverso l’arte gli accadimenti di un quotidiano sempre più spesso pieno di disagi, di incongruenze, di incomprensioni si trasformano, offrendosi come possibilità per anelare all’infinito, sia pure aspettandosi solo le cose.
Nello spazio circoscritto di un cassetto, infatti, le piccole cose, custodite spesso con malcelata attenzione, recuperano la loro vera essenza e con il peso della memoria si caricano di altri significati, per lasciare affiorare un’interiorità che parte da sé, e che a sé è riconducibile, materializzare la difficile ricerca delle ragioni di un’esistenza troppo spesso inesplicabile, provare a forzare le barriere fisiche e psicologiche e, infine, inoltrarsi in profondità smisuratamente indeterminate.
Evocare attraverso la memoria l’inarrestabile scorrere del tempo è il filo sottile, ma tenace che ha guidato Luisa Bergamini nella calibrata costruzione di questa mostra, in cui la pittura deve essere intesa ancora una volta come un linguaggio concettualmente problematico, che attraverso significativi frammenti ricostruisce la complessità della realtà, con la dichiarata intenzione di esprimerne l’articolazione e andare oltre. L’idea è quella di mostrare, dopo averli tirati fuori da un cassetto segreto, i pensieri più nascosti, le tracce di accadimenti di cui nessuno conosce il valore, i ricordi di viaggi interiori, le tappe emblematiche di un cammino di crescita, in cui la pittura irrinunciabile compagna di strada è capace di rendere visibile, sospendendolo per un istante dall’inarrestabile divenire della vita, ciò che normalmente sfugge all’attenzione dei più, perché ad interessare è il divenire differente delle cose, con l’intento di lasciare emergere quei dettagli significanti di cui è intessuta la quotidianità.

Dai cassetti dischiusi, eppure privi di maniglie, a sottolineare il disagio che si prova nel doverli aprire, emergono fotografie sbiadite dal tempo, in cui ogni immagine si dissolve nell’altra seguendo il ritmo del farsi delle emozioni, per materializzare momenti di un vissuto femminile, intessuto di gioie e disincanti, di difficoltà e complicità, di solitudini e presenze. Si innesca così un meccanismo difficile da bloccare, in cui il continuo confronto con la realtà presente e passata, filtrata sempre attraverso l’intensità del proprio sentire, mette in luce l’urgenza di comprendere la natura dell’indissolubile legame tra la finitezza della vita e l’indicibile incommensurabilità dell’infinito.

L’opera diviene allora una sorta di specchio, capace di trasfigurare degli eventi autobiografici, luogo metaforico in cui la dimensione interiore si palesa come più ampia, dal momento che l’azione creativa è intesa come opportunità di introspezione profonda, come possibilità di conoscersi più a fondo e in maniera più intima, ma soprattutto come occasione di oltrepassare i circoscritti confini di sé, per riconoscersi nell’esistenza altrui.

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