01/03/2011  al 31/01/2013

Aspettando Venezia 54. Breve storia della Biennale Internazionale di Arti Visive

A cura di: Ivana D'Agostino

A rileggere la storia della Biennale di Venezia sembra che le polemiche abbiano sempre preceduto e accompagnato lo svolgersi di ogni edizione, tanto che sorprende che ancora non sia scoppiato “il caso 54° Biennale”. Infatti, da quel lontano 30 aprile del 1895, quando Umberto I e la regina Margherita inaugurarono la prima edizione della manifestazione internazionale di Venezia, le controversie e anche gli scandali non sono mai mancati.
Oltre un secolo fa la grande occasione di sdegno fu causata da Il supremo convegno di Giacomo Grosso:…


 
A rileggere la storia della Biennale di Venezia sembra che le polemiche abbiano sempre preceduto e accompagnato lo svolgersi di ogni edizione, tanto che sorprende che ancora non sia scoppiato “il caso 54° Biennale”. Infatti, da quel lontano 30 aprile del 1895, quando Umberto I e la regina Margherita inaugurarono la prima edizione della manifestazione internazionale di Venezia, le controversie e anche gli scandali non sono mai mancati.
Oltre un secolo fa la grande occasione di sdegno fu causata da Il supremo convegno di Giacomo Grosso: nel mezzo di un’ampia cappella ardente, ammantata di velluti neri, appena illuminati dai caldi bagliori delle candele, cinque donne nude in pose lascive stavano intorno al feretro di un uomo. Nelle intenzioni del pittore torinese, la grande tela doveva rappresentare la fine di un dongiovanni, ma la Presidenza dell'Esposizione comprese immediatamente che il soggetto del quadro avrebbe potuto offendere la morale dei visitatori. La notizia dell’arrivo in mostra di un’opera scandalosa, cui non era ancora stata trovata una collocazione, fece il giro della città ben prima dell’inaugurazione e molto si mormorava a proposito del soggetto di questo quadro, malgrado solo pochi lo avessero visto davvero. Il Patriarca di Venezia Giuseppe Sarto, futuro Papa Pio X, cercò di farlo rimuovere, ma il Sindaco sottopose la questione a un’apposita commissione, che all’unanimità escluse l’oltraggio alla morale pubblica. L’opera fu collocata in una sala piuttosto appartata, ma la stampa clericale gridò allo scandalo, con il risultato di accendere ancora di più la curiosità del pubblico, che affollò i giardini alla ricerca dell’opera incriminata e a fine esposizione gli assegnò un premio speciale. Anzi, al termine della Biennale la “Venice Art and Co.” acquistò l’opera con l’intento di fargli fare una tournée intorno al mondo, dal momento che la sua fama aveva già varcato i confini nazionali, ma quando Il supremo convegno giunse in America il padiglione costruito per ospitarlo e la tela stessa furono distrutti da un incendio.
Dalla seconda edizione ad accendere le polemiche fu la formula mista di accesso all’Esposizione: artisti invitati e artisti ammessi a concorso, tanto che nel 1901 i rifiutati, tra cui pittori allora famosi Beppe Ciardi, Brugnoli e De Blaas, fecero appello alla municipalità veneziana, ottenendo in extremis il ripescaggio e una sala denominata “K”.
Nel 1905, invece, dietro indicazione del Segretario generale Fradeletto, fu rimossa un’opera dal padiglione spagnolo, perché avrebbe potuto turbare il pubblico: si trattava del quadro La famiglia di saltimbanchi di Pablo Picasso, certo non scandalosamente rivoluzionario come poi Les Demoiselles d’Avignon, ma evidentemente troppo lontano dal gusto dominante. Le prime Biennali, infatti, furono espressione di una retroguardia accademica, costruite pensando ai Salons ufficiali, con lo sguardo rivolto a Vienna e Monaco più che a Parigi. Non mancarono perciò i pittori pompiers, trionfarono la pittura d’evasione, i velluti, i damaschi e il gusto della pennellata d’effetto, degli scorci arditi, delle tematiche esotiche dominò le diverse edizioni. Non a caso il pittore più presente almeno fino al 1934 fu Alessandro Milesi, che partecipò a tutte le esposizioni dalla prima alla diciannovesima.
Nel 1910 mentre i Futuristi capeggiati da Martinetti scossero la mondana routine lanciando dalla Torre dell’Orologio volantini “Contro Venezia passatista”, la Biennale registrò presenze internazionali di assoluto rilievo, una splendida sala dedicata a Klimt, le retrospettive di Courbet e di Monticelli, una personale di Renoir, che per molti equivalse a un vero choc. Infatti, anni dopo ricordando quell’esperienza Roberto Longhi scrisse: “Per tutti noi, giovani sui vent’anni, sia pittori che critici, fu la prima rivelazione diretta della pittura moderna”. Intanto, l’appuntamento espositivo di Ca’ Pesaro, pensato come una sorta di vetrina per i giovani “ai quali è spesso interdetto l’ingresso alle grandi mostre”, si trasformò inevitabilmente in un contraltare avanguardista, dando spazio ad artisti come Gino Rossi, Arturo Martini, Boccioni, Casorati e Semeghini.
Nel 1914 l’avvenimento più importante fu l’inaugurazione del padiglione russo. La mattina del 29 aprile la Granduchessa e una folta delegazione di dignitari, arrivati da San Pietroburgo, parteciparono alla cerimonia di apertura benedetta dal Pope secondo la ritualità ortodossa: il folklore fece passare in sordina i contenuti artistici. Tre mesi dopo scoppiò la guerra e delle 121 opere, rimaste nell’edificio per alcuni mesi, non se ne seppe più nulla.
Nell’immediato dopoguerra si registrarono le prime presenze dell’arte d’avanguardia europea. A stupire e indignare i benpensanti furono le opere di alcuni dei più importanti artisti di quegli anni e della generazione immediatamente precedente: da Malevič a Archipenko, da Larionov a Natalia Gončarova, da Van Dongen a Kokoschka, da Van Gogh a Cézanne, da Matisse a Marc, da Kirchner a Permeke. Vennero però completamente sottovalutati il Surrealismo, De Stijl, Dada, il Cubismo e anche la componente astratta di Der Blaue Reiter.
Nel 1920 irruppe sulla scena veneziana il post-impressionismo, in ritardo rispetto al clima internazionale: accanto a Cézanne, per la prima volta in Biennale con una retrospettiva di ventotto quadri dalla collezione di Egisto Fabbri, sono presenti Seurat, Signac, Redon, Bonnard, Valtat, Marquet e Matisse. Le polemiche nel 1922 si concentrarono intorno alla retrospettiva di Modigliani, che non possedeva neppure “l’audacia dell’impudicizia” e, soprattutto, nei confronti della mostra dedicata all’arte negra, ordinata vicino alla sala di Canova dal giovane archeologo Carlo Anti. Quasi nulla trapelò del neoquattrocentismo e furono completamente ignorati Valori Plastici e Metafisica. Nel 1924 l’imbarazzo generale fu causato dallo sventolio della bandiera rossa con falce e martello sul padiglione dell’URSS e dalle lettere cubitali in facciata. Sulla mostra che presentava opere dei suprematisti e dei costruttivisti il silenzio fu assordante: per la critica era cominciato l’allineamento, Mussolini del resto era stato chiaro fin da principio.
Nel ventennio fascista, per l’eccessivo irrigidimento delle regole e la progressiva chiusura verso un certo tipo di ricerca artistica, la scena fu dominata da Marinetti, che dopo la nomina ad Accademico d’Italia, cominciò a smussare l’innata tendenza allo scandalo, tipica del movimento da lui fondato, cercando una maggiore organicità con le direttive superiori. Prevalse un tono di inevitabile retorica e dominò un gusto di stampo passatista, ma malgrado il paese rischiasse di diventare autistico vivendo nell’autarchia all’esposizione veneziana si poteva occasionalmente continuare a respirare una boccata di inebriante europeismo, grazie soprattutto ai padiglioni stranieri. Nel 1932 la presenza in Biennale di Hitler creò non pochi imbarazzi, con l’ostentato disgusto per la maggior parte delle opere esposte e il secco rifiuto dell’omaggio di un dipinto di Fioravante Seibezzi raffigurante una veduta di Venezia, sostituito poi da un quadro di Memo Varaggini.
Alla Biennale del 1948, la prima dopo la fine della guerra, a catalizzare le critiche fu la grande mostra della collezione di Peggy Guggenheim, presentata da Giulio Carlo Argan: 136 opere di settantatré artisti, tra cui Mondrian, Duchamp, Ernst, Kandinskij, Klee, Miró e Dalì. Bernard Berenson, il grande storico dell’arte del Rinascimento fiorentino, restò, infatti, esterrefatto e disgustato davanti a una scultura di Moore, perché “storta”. Questo fu anche l’anno dell’arrivo a Venezia, per la prima volta alla Biennale, dopo il clamoroso rifiuto del 1905, di Picasso, che a sessantasette anni è universalmente riconosciuto come il genio del secolo. La retrospettiva, curata da Renato Guttuso, mostra uno spaccato importante del percorso dell’artista spagnolo, prima delle mostre di Roma e Milano del ’53.
Dal 1950 in poi prese il via l’opera di ricostruzione storica del ruolo delle avanguardie europee, da cui però rimase ancora una volta escluso il movimento dadaista, che dovrà attendere il 1975 per vedere riconosciuto il suo imprescindibile apporto alle ricerche artistiche contemporanee.
Dopo il trionfo della Pop Art la contestazione del 1968 investì come un ciclone l’edizione di quell'anno, disordini e proteste furono il leit motiv dell’intera manifestazione. Molti artisti in segno di solidarietà coprirono o girarono le loro opere, mentre alcune mostre storiche non furono neppure aperte. Alla Biennale del 1972, che per la prima volta propose un tema unitario Opera e comportamento, lo scandalo fu provocato da Gino De Dominicis, che "espose" un ragazzo affetto da Sindrome di Down con al collo un cartello recante la scritta : “Seconda soluzione di immortalità : l’universo è immobile”. Le proteste per "tanto cinismo" provocarono una raffica di interrogazioni parlamentari. Il punto caldo della Biennale del 1975 fu la mostra progettata da Vittorio Gregotti, con il contributo critico di Szeemann, Le macchine celibi, che fu definita “aristocratica e alto borghese”, sottolineando il passaggio “dal populismo al solipsismo, dalle bandiere rosse all’amore a circuito chiuso”. L’edizione del ’77 fu considerata l’edizione del dissenso, presentando la mostra La nuova arte sovietica: una prospettiva non ufficiale. La Izvetzia accusò Ripa di Meana, Presidente della Biennale, di opporsi alla collaborazione Est-Ovest e di minare gli accordi di Helsinki. L’Ambasciata sovietica comunicò “la grande contrarietà e riprovazione” del suo paese e Argan, sindaco di Roma, attaccò lo “zelo da crocerossina” della presidenza. Il caso diventò politico tanto che l’URSS a nome di tutti i Paesi del Patto di Varsavia chiese al governo italiano di annullare il programma stabilito per la manifestazione veneziana. Ripa di Meana si dimise e Forlani, ministro degli Esteri, rispondendo alle interpellanze parlamentari, cercò di sfumare i toni, ribadendo però “la piena autonomia della Biennale”. Il Consiglio direttivo dell’ente invitò Ripa di Meana a ritirare le dimissioni e la “Biennale del dissenso” si aprì il 15 novembre, tra nebbia e acqua alta. La 38° Edizione, inaugurata il 2 luglio del ’78 con il tema Dalla natura all’arte, dall’arte alla natura, fu dominata da una serie di happening, quello che suscitò più clamore fu la “sommersione” di piazza San Marco con migliaia e migliaia di giornali. Non mancarono di suscitare perplessità le pecore maculate di blu dell’israeliano Kadishman, la monta artificiale di un toro dell’italiano Paradiso, il capanno per affumicare i pesci dell’olandese Giezen, i tronchi del giapponese Kishio Suga e i massi grezzi di dolomite del tedesco Ruckriem. Nel 1980 ad attirare gli strali della critica e del pubblico fu la mostra Aperto 80, allestita ai Magazzini del Sale e curata da Achille Bonito Oliva e Harald Zseemann, che proponeva un vivace spaccato della sperimentazione dei giovani. Nel 1986 molta eco e grande scandalo suscitò l'azione antirazzista di Vincenzo Eulisse, che appese figure nere ai ganci di una macelleria presa in affitto, denominata "Padiglione del Sud Africa".
E così avanti fino ai giorni nostri, passando attraverso le rimostranze della gerarchia ecclesiastica nei confronti di un lavoro del gruppo americano Grand Fury sul tema dell'Aids, le proteste degli animalisti e del WWF per le formiche vive e i provvedimenti dell’ufficio di igiene per gli animali squartati e sotto formalina di Damien Hirst, le censure per offese alla morale pubblica delle sculture di Koons, che lo ritraevano in “atteggiamenti intimi” con la pornodiva Ilona Staller, allora legittima consorte, le critiche feroci a Cattelan che in La nona ora nel 1999 mette in scena un Giovanni Paolo II accasciato a terra sotto il peso di un frammento di meteorite, le accuse di blasfemia, decisamente sopra le righe, per Vezzoli e il suo Trailer for the remake of Gore Vidal’s Caligula. C’è chi invece ha indirizzato i propri strali sulle Guerrilla Girls o sull’installazione di Joanna Vasconcelos, che nel 2005 con alcune migliaia di Tampax ha costruito un imponente lampadario, o ancora chi, sempre nella stessa edizione, è rimasto inorridito dalla performance della guatemalteca Regina José Galindo, che chiusa in un grande scatolone si è frustata tante volte quanto il numero delle donne del suo paese assassinate durante quell’anno, mentre su uno dei due grandi schermi era proiettato un video di un’operazione di ricostruzione dell’imene.
Per la prossima edizione, la numero 54, si è ancora in “trepidante attesa” delle esternazioni sensazionalistiche di quanti sembrano aspettare l’appuntamento veneziano per lasciarsi scandalizzare, come se la qualità di ogni nuova esposizione dipendesse dal clamore generato da chi gioca a épater les bourgeois e da chi, come per un congegno ormai rodato, si mostra teatralmente esterrefatto.
I giornali, la tv, le riviste, i siti internet e i blog certo ci terranno prontamente informati …
 
Loredana Rea
 

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