20/10/2009  al 06/11/2009

Terenzio Eusebi e Augusto Piccioni, Di armonie (in)formali

A cura di: Loredana Rea

Terenzio Eusebi e Augusto Piccioni, Di armonie (in)formali  “Non è necessario avere un motivo o particolari affinità stilistiche perché due artisti decidano di apparire insieme all’interno di un unico spazio espositivo. Potrebbero essere due amici che si sono incontrati ed hanno semplicemente deciso di farlo”.


DI ARMONIE (IN)FORMALI  
“Non è necessario avere un motivo o particolari affinità stilistiche perché due artisti decidano di apparire insieme all’interno di un unico spazio espositivo. Potrebbero essere due amici che si sono incontrati ed hanno semplicemente deciso di farlo”. Qualcuno ha detto che le migliori collaborazioni nascono da contesti tutto sommato quotidiani, da rapporti affettivi fatti di scambi veloci e semplici condivisioni. “Scrittore” dello spazio, il primo, “visionario” della dimensione, il secondo, Terenzio Eusebi ed Augusto Piccioni tornano ad incontrarsi, dopo anni in cui il linguaggio artistico di ciascuno, pur toccando articolazioni assolutamente diverse, non ha smesso di esprimere la stessa curiosa fascinazione per la forma e per quella “poetica del paesaggio”, che dal deserto al sogno, è, di volta in volta, immagine simbolica e totemica del viaggio umano.
Terenzio Eusebi, Nella forma, voce del divenire “La mia è una passione per lo spazio. Dalle grandi superfici organizzate alle radure. Tutto quello che è intorno all’opera, smette di esistere, quando è l’opera stessa a diventare, nell’estetica e nel significato, un “territorio”. Quella di Eusebi è un’arte nomade, una lingua in bilico tra leggerezza e peso, che fa confluire gli opposti nella conoscenza intima e rivelata della materia. Il passaggio dai raffinati cromatismi della carta alla solidità lattea della pietra, intesse un racconto che procede per equilibri, che parla della vita dell’uomo racchiuso in una stanza, immerso nella città o perso nella natura. All’interno di queste “mappe emotive”, il tragitto delle linee, labirintico e mai casuale, sembra dettato da un qualche, inconscio tentativo di trovare risposte momentanee al senso dello stare nel mondo. Un tentativo scritto nel distacco di uno stile raffinatissimo e solo apparentemente cerebrale. Un tentativo che non si risolve nell’elemento visivo, dal momento che ogni singola architettura compositiva è volutamente dischiusa verso la ricerca di un respiro più profondo e sinestetico. Così, la linea vibra e ricorda un suono, e la superficie si dilata per farsi pagina da scrivere, perché, non di rado, l’atto creativo viene interrotto da pensieri (forse provocatori) che si insinuano, per riapparire nel titolo come elemento lirico di un’opera d’arte che si completa restando in divertita sospensione: poi solitamente ti guardo per giorni e giorni
Augusto Piccioni, Nella non-forma, voce dell’attendere “Mi fa sorridere quando, guardando una mia opera, qualcuno mi chiede perché, tra le figure, ci sia sempre una zona vuota. Io rispondo di osservare meglio: in quel vuoto sta nascendo un albero invisibile”. Il sognatore si pone di fronte al mondo con la speranza di chi avverte le cose prima ancora che siano percepibili. Nelle opere di Augusto Piccioni, uomini, donne ed animali, delineati da stacchi cromatici saturi, vivono in equilibrio compositivo la parabola espressionista della luce. E, come in un racconto primigenio, raccolgono ogni azione intorno al feticcio concettuale e prospettico di un albero trasparente, che crea, tra le figure, simmetrie e corrispondenze emotive. Ma, a ben guardare, è proprio questa “non-presenza” arborea, presupposto di vita nascente e di equilibrio, a scandire i ritmi del racconto fino a diventarne progressivamente protagonista, e a ridurre la componente narrativa della figura quasi soltanto a sfondo o elemento decorativo. Il “paesaggio vuoto” evoca, così, una poetica dell’attesa, che investe l’intera operazione creativa, cosicché l’osservatore, chiamato nella sfida di un arduo raffronto ottico tra il visibile e l’invisibile, viene, suo malgrado, coinvolto nell’aspettativa di una qualche finitezza, diventando, come l’artista, spettatore del tempo e visionario dello spazio.
                                                                                                                    

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