26/10/2004  al 12/11/2004

PAOLO ANGELOSANTO: L’amore del mio IO

A cura di: Loredana Rea

PAOLO ANGELOSANTO: L’amore del mio IO L’immagine, quale apparizione del sé o dell’altro, è un mistero con cui le arti continuano a confrontarsi. La ricerca del Novecento, ‘eclissando’ il rapporto con l’imitazione del circostante, rivolge l’attenzione all’io, ai suoi ‘segni’ e colori, per tracciare un percorso e individuare una fenomenologia dell’essere alla luce di un nuovo pensiero. In tal senso l’uomo si avvia alla scoperta della propria storicità, racchiusa nel segmento temporale dell’esistenza, in cui il passato deposita segni per l’avvenire e il corpo più che uno strumento è un linguaggio rivolto alla comunicazione e alla congiunzione delle coscienze. L ‘io’ non è definibile: è pensabile come viaggio ricco di stazioni e passaggi per accedere al gioco della trasformazione. In un momento emozionale, di amore per la ‘dispersione’ interiore, Paolo Angelosanto dice “ …e un giorno uscii con tutti i miei io a cercare me stesso”. Il pensiero diviene scrittura introduttiva alle sequenze che ritualizzano la preparazione della ricerca. Le inclinazioni luminose non sono omogenee e riflettono la dimensione mentale dell’auto-rappresentazione, dell’attorialità dell’io. Nasce un percorso ricco di segni e la figura dell’artista è un luogo senza tempo, una presenza assente, una disponibilità indisponibile a rinchiudersi in un tempo, in un’immagine o ruolo, consapevole che la meta risiede sul confine di un orizzonte che sposta la sua linea, imprendibile. L’immagine di Paolo Angelosanto è come un sussurro che circola tra le opere e racconta una storia forse legata anche ad un nome. L’io si confronta con un suono che lo denomina e determina le scelte della trasformazione o dello svolgimento. Questa ricerca si inserisce nel pensiero sociale,filosofico e scientifico contemporaneo, di cui la moda diviene speculare, realizzando equilibri e ibridazioni, liberando le possibilità dell’immagine a partecipare di tempi e culture, di cui sente l’appartenenza. Le arti, dal teatro alla letteratura, da sempre si sono confrontati con la rappresentazione ‘altra’ del sé, cercando di rintracciarne i sentimenti, le dinamiche e l’agire costruiti su segnali del corpo nell’estensione dello stesso. La quadreria, allestita da Paolo Angelosanto, inscena viaggio epico e scandisce per episodi una narrazione psicologica e simbolica, percorso di amore tristemente sensuale. La solitudine dell’immagine allo specchio è una condizione di raccoglimento, un momento spirituale di ricerca iniziatica sottolineata da matite da maquillage, da rossi fards, eredi di procedure tribali, con cui il corpo comunica in modo inequivocabile la categoria del pensiero. Lo sguardo, racchiuso nell’ ‘io’, è coinvolto in un dialogo segreto che percorre atti e ritualità nel desiderio di incontrare i moti del personaggio sconosciuto a cui appartiene. Sono azioni parallele coinvolgenti differenti livelli dell’essere. L’artista elabora l’artificio di una messa in scena onirica in un mondo reale di altri tempi e luoghi, guidato da una concezione feticista del corpo. Ne attraversa il fascino. Entra nelle sensazioni suggerite da figure ‘riconoscibili’ assumendone abiti e ridondanze, secondo una sensibilità materica contemporanea, raccontandosi o indagandosi in un dialogo fotografico. Il piacere dell’apparire come creatura d’altri tempi coinvolge l’inorganico che diviene lo scenario delle trasposizioni (Il grande odalisco). La poetica della trasformazione-estraniazione si estende sui luoghi e sui sentimenti, sentiti in relazione come l’atmosfera, l’environnement del personaggio. In Autoritratto con rose la corona di spine è rivestita di rose, come se l’ amore che vuole suscitare pietà si arricchisce del senso afrodisiaco della ferita, del compiacimento del donare la lacerazione. L’opera, ricalcando sacre iconografie, è un dittico che riproduce lo stesso volto da due visioni ribaltate. Le esperienze personali rappresentano l’occasione di ‘ingresso’ in concezioni tradizionali da rileggere e sottrarre ad una unicità di lettura, cercando il sentimento dell’ ‘altro’. L’altro cercato dall’artista giace nell’archeologia dell’anima, nei segni dell’Io, trasmessi dall’immagine. La ricostruzione diviene anche una fiction. San Sebastiano Glamour(1999) porta gli occhiali da sole, come soldati di alcune riprese televisive durante la guerra. L’idea della morte e del sacrificio perde la sua sacralità per entrare in una visione ironica più complessa. Paolo Angelosanto sembra imitare la vita nel suo aspetto cinematografico: imita Paolina, il gondoliere e il suo souvenir, il marinaio sull’erba, imita la vita, la morte, l’eroe. Nel dialogo silenzioso i parteners mutano. Religiose e pagane allo stesso tempo le fotografie avanzano per sovrapposizioni di ‘io’ in rapporto con le possibilità di trasformazione dell’immagine adornata di pieghe barocche. La decorazione, come estensione di un segno, determina il cambio di scena, di tempo e di luogo nell’immutabilità del corpo. La vestizione, le decorazioni, i fiori abbandonati e cadenti sulla fronte e il maquillage implicano il rito della preparazione, il desiderio di far pulsare la gestione mentale, la libertà di compiere il suo viaggio nel tempo per giungere ad un senso totale di amore dell’io, come in un nuovo umanesimo. Il desiderio di totalità è racchiuso nello sguardo, che scorrendo sulla superficie bianca, riconduce l’io nella dimensione universale. 1)Husserl, Jacques Derrida, La Voce e il fenomeno. Introduzione al problema del segno nella fenomenologia di Husserl, Jaka Book, Milano 1984, pag.29 Biografia Paolo Angelosanto, nato a San Denis nel 1973 e diplomatosi all’Accademia di Belle Arti di Frosinone e Roma, vive e lavora tra Roma e Venezia. Inizia il percorso artistico con la riflessione e l’indagine sul problema dell’identità nel rapporto con l’io, che estende tra nuovi significati nelle icone culturali o fiabesche del passato. Si connota una poetica espressiva incentrata sul corpo quale strumento per comprendere se stesso attraverso gli altri. Le opere attraversano diversi linguaggi e sono realizzate con ampia libertà di mezzi espressivi: partendo dal disegno alla scultura, alla pittura, al video alla fotografia, presentata in alcune mostre come installazione interattive con l’ausilio del pubblico. Lavora tendenzialmente su progetti a alla sperimentazione dei vari linguaggi. Sono stati importanti nella sua carriera nel 1999 ricevere dal comune di Venezia uno studio d’artista presso Palazzo Carminati della Fondazione Bevilacqua la Masa Venezia: Ottiene la menzione speciale sezione Arti Visive-Roma, Bennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo 2003, Biennale di Atene. Partecipa a 2003 Residenza università UNIDEE Cittadellarte, Fondazione Michelangelo Pistoletto, Biella-Torino ed è finalista Italiano, nel 2003, nel Premio UNIONE LATINA, Selezionato da: Maria Paola Maino, Cristiana Perrella e Mauro Nicoletti.

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