13/11/2007  al 30/11/2007

FRANCO ALTOBELLI: Identità senza inchiostri

A cura di: Loredana Rea

FRANCO ALTOBELLI: Identità senza inchiostri

Qualche anno fa Gillo Dorfles parlava, nel testo "Fatti e fattoidi", della civiltà dei fattoidi, ovvero la civiltà nella quale molti aspetti culturali e artistici sono preda di processi globali o parziali di falsificazione e feticizzazione, processi connessi alla realizzazione di eventi che sono pseudo-eventi fittizi, simulati.

 In realtà, non abbiamo che da guardarci intorno per capire che oggi è proprio così: siamo circondati e immersi da/in un mondo abitato da fattoidi che ci intrattengono, che comunicano con noi, che ci educano. I mass media innanzitutto: prima le immagini chimiche del cinema, successivamente le immagini elettroniche del video (pensiamo ai videogames di simulazione di corse automobilistiche e guerre stellari, di gialli polizieschi e intrighi alieni, con tanto di finte vittorie e finte sconfitte); e poi le fiction televisive con la simulazione della quotidianità cronologicamente e psicologicamente ri-creata in diretta e, ancora, le immagini fantasy dei mondi virtuali con la loro contraffazione temporospaziale.

La straordinaria capacità di 'ingannarci' dei mezzi di comunicazione ha portato noi stessi a confondere vero e verosimile, reale e simil-reale. Ormai siamo tutti attori e attrici di un enorme pseudo-evento globale.

Vivere in una realtà falsificata, in una realtà virtuale, conduce a una alterazione delle nostre capacità sensoriali e cognitive e, conseguentemente, a processi di distorsione interpretativa e di falsificazione del vissuto. Riflesso del sovvertimento del reale diventato verosimile, la nostra percezione delle cose è alimentata dalla paura di affrontare le emozioni e i sentimenti autentici, preferendo lasciarsi addomesticare dalle sensazioni artefatte.

La falsificazione delle percezioni acustico-visive causate dall'infinito immaginifico e sonoro (che vede il sommarsi incontrollato di scritte e grafici, suoni e rumori, spot televisivi e cartelloni pubblicitari, colonne sonore e musiche d'ambiente) ci disorienta. E non basta. L'accelerazione delle immagini visive prodotte dai mezzi elettronici/informatici provoca un cortocircuito che altera la natura dell'atto stesso del vedere: immersi in una nuova marea indistinta di luci-colori-forme vere e simulate, non riusciamo più a distinguere la finzione dall'autentico, il naturale dall' artificiale. Così l'identità di ognuno di noi diventa precaria. O, meglio, come ci spiega Zygmunt Bauman nel volume "Liquid Life", diventa liquida.

L'identità liquida è un'identità che esita, incerta e ibrida, instabile e incompleta, sempre aperta ai nuovi incontri, disponibile al cambiamento, mutante e veloce nel sostituire, dimenticare, cancellare.

Proprio alle problematiche più attuali dell'identità Franco Altobelli, artista e architetto abruzzese, dedica il suo attuale lavoro artistico. Da anni impegnato nelle ricerche di computergrafica (elaborazioni di immagini o segni presi dalla realtà ordinaria: pubblicità, riviste, internet), l'artista si è accorto che nel processo di produzione e consumo l'occhio e la mente non si soffermano più a guardare, pensare, riflettere.       

"Tutto si consuma velocemente in una gara col tempo di sovrapposizioni iconografiche e segniche - afferma Altobelli - Niente si sedimenta a sufficienza e ogni cosa diventa un rifiuto, spazzatura iconografica. Il mio intervento come artista si è occupato di recuperare questa spazzatura, dando pari dignità ad una bella foto patinata o a un particolare di fotocopia venuta male o alle scritte sui cartoni da imballaggio o ad un testo trattato ugualmente come immagine".

 

I numerosi strumenti che portano a vivere il reale in maniera mediata (mail, sms, chat,  nick name o gli stessi avatar di Second life) diventano per Altobelli occasioni di riflessione. "Siamo diventati dei terminali fissi o mobili. - dice l'artista - Siamo tutti raggiungibili ma non identificabili, collegati 24h su 24, ma soli."

Praticando una sorta di recupero di identità da materiali eterogenei non più identificabili nel loro contesto, l'artista restituisce dignità al rifiuto iconografico con la conseguenza di unire i riferimenti della Pop Art con il concetto duchampiano di ready-made. Nelle ultime sperimentazioni, la rarefazione dell'aspetto virtuale è sostituito dalla manualità delle tecniche tradizionali e tecnologicamente obsolete (fotocopiatrice in bianco e nero) sommate alla stampante laser e, naturalmente, al computer. Nascono così intrecci di tecniche digitali e analogiche, con risultati imprevedibili e originali.

Nella personale "Identità senza inchiostri" (il titolo della mostra si ispira ad alcuni suggestivi versi della poetessa perugina Anna Maria Farabbi, e richiama l'uso espressivo delle fotocopie che in realtà non sono altro che una metafora della riproducibilità ottenuta non mediante i colori ma con la semplice polvere sottilissima del toner) sono presentati i lavori realizzati in questa recente ricerca. Si tratta di opere su carta nate dalla fusione di molteplici mezzi e tecniche (dall'elaborazione digitale alle tecniche tradizionali, agli acrilici, le matite, i pastelli ecc.). Supporto dei lavori è il vassoio sagomato in cartone leggero, la cui forma e cornice l'autore assume come paradigma di luogo di trasmissione per fattoidi e pseudo-eventi, per identità e pseudo-identità.

Ciò che particolarmente affascina l'artista sono le relazioni (difficoltose se non impossibili) tra identità e identificazione, tra io reale e immagine dell'io. I riferimenti evidenti sono non solo quelli della cultura di massa e della pubblicità ma anche quelli dei modelli identitari significativi nel nostro recente passato, quali pugili, scienziati, uomini politici, perseguitati, assassini, attori. O, all'opposto corrispondono a personaggi anonimi ma non per questo meno significativi a livello simbolico.

Dai volti, dagli sguardi, dagli occhi, oppure dalle pose nascono gli input visivi che guidano la realizzazione delle opere. L'autore raccoglie differenti materiali grafici e iconografici che successivamente manipola, stravolge, ritocca, dipinge, strappa, ricompone, fotocopia più volte su carte già stampate ottenendo significative stratificazioni di segni e interventi cromatici Sovrapposizioni semantiche e illusioni di possesso visivo: queste sono le ossessioni dell'artista.

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