TOMAS RAJLICH - Toccare la luce

a cura di Silvia Pegoraro

Inizio evento: 18/02/2010 Fine evento:02/04/2010
Provincia: Milano
Città: Milano
Indirizzo: Via Stoppani 15/c,
Luogo: Fabbri.CA Contemporary Art
Apertura: ma/ven h. 10.30/13.00 - 16.00/19.30; sab su appuntamento
E-mail informazioni: info@fabbricontemporaryart.it

TOMAS RAJLICH - Toccare la luce
Negli anni ’60 del secolo scorso, Tomas Rajlich diventa una delle figure di riferimento di quella corrente pittorica che si muove in direzione di un’analisi ultima del linguaggio pittorico e di un processo di scomposizione dello stesso per isolarne gli elementi costitutivi, in consonanza con le esperienze della minimal e del concettualismo, ed anche sulla scia della sferzata radicalmente dissolutoria e letteralmente “azzerante” di esperienze come Azimut, Zero, Nul, quindi di artisti come Manzoni e Klein. Le espressioni più diffuse coniate per descrivere tale corrente sono “pittura analitica” e “pittura-pittura”. Si tratta comunque di una “pittura fondamentale” (R. Dippel), volta a indagare la morfologia e il senso dei propri fondamenti. Rajlich ne è dunque uno dei protagonisti, e incrocia nell’ambito delle grandi mostre dell’epoca altre figure forti del panorama europeo e americano, da Robert Ryman a Gerhard Richter, da Alan Charlton a Agnes Martin .
Sin dalle prime fasi della sua ricerca, le tele di Rajlich mostrano il “fondamento” della pittura, non diversamente dai lavori contemporanei dei pittori minimalisti americani. I suoi primi dipinti sono caratterizzati da una qualità modulare – la griglia, la quadrettatura, che costituisce una sorta di suo “marchio di fabbrica” – mentre le opere del Rajlich più maturo mostrano un più complesso modo di risolvere l’idea-chiave che la pittura sia un’entità autoriflessiva. I suoi monocromi più recenti - dagli anni ’90 ad oggi - esplorano la combinazione dell’impersonale, del gestuale e della forza creativa della luce; sono variazioni sull’intensità, la luminosità e la consistenza della pittura. La sensibilità dell’artista emana dalla sottile modulazione della pittura sulla tela, ma ad essere enfatizzati sono soprattutto il colore e la luce, che muta perennemente la superficie dipinta.
Rajlich crea sensibilissime texture di materia-colore, che la luce sembra impregnare della sua stessa linfa vitale, sino a cancellare il confine tra vista e tatto, creando una suggestiva coincidenza tra di essi: come se il nostro sguardo potesse toccare le superfici di queste tele, e insieme il potenziale tocco delle nostre mani ci permettesse di percepirne l’immagine.
Proprio sulle opere dagli anni ’90 ad oggi si concentra la mostra “Toccare la luce” presso la galleria Fabbri Contemporary Art, che presenta circa venti lavori di Rajlich, tra cui due installazioni costituite da varie tele. A collegare i lavori degli ultimi decenni con le loro radici storiche, due dipinti: uno della fine degli anni ’60 e uno della metà degli anni ’80.
Dopo i maestosi panorami desertici di Nul, il nobile gelo di Robert Morris e Carl Andre, il concettualismo architettonico bidimensionale dei Wall Drawings di Sol LeWitt, il lavoro di Rajlich afferma l’ineludibile suggestione di un “fare” pittorico che rinvia a Kazimir Malevich, a Piet Mondrian, a Ad Reinhardt, in cui il rigore “concettuale” e strutturale non esclude un’apertura raffinata e calibrata al mondo dei sensi e della percezione.   La superficie è ciò che meglio definisce e caratterizza l'azione pittorica di Rajlich: la sua ricerca si articola proprio sulla superficie, un luogo in cui l'azione del dipingere trova il più ampio movimento. L'impianto pittorico appare segnato in particolare da due elementi: l’illusoria plasticità del colore, con le sue profondità simulate e i falsi piani percettivi, e la dinamica, sottile eleganza del segno, unita al forte temperamento della pennellata. Tutto questo mette in luce la contraddizione tra la staticità tendenzialmente connaturata al monocromo e l'energia guizzante e mutevole della luce e del colore.
Per Rajlich dunque, la pittura è un'attività metamorfica, che continuamente trasforma se stessa, chi la pratica, chi la guarda : permette all'uomo di creare un gioco dialettico dove il sapere e il fare – il vedere e il toccare – si uniscono per dare origine a una dimensione artistica non mistica né metafisica, eppure animata da una forte tensione conoscitiva ed emotiva.


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