Marcello Michelotti. Due amici per una mostra
Presentazione di Giampiero Giampieri.
Inizio evento: 02/09/2010
Fine evento:16/09/2010
Provincia: Mantova
Città: Mantova
Indirizzo: via Cappello, 17
Luogo: Galleria "Arianna Sartori"
Apertura: 10.00-12.30 / 16.00-19.30.
Domenica 12 settembre 15.30-18.30. Chiuso festivi
Tel e Fax: 0376 32.42.60
E-mail informazioni: info@sartoriarianna.191.it
LE CREATURE VEGETALI DI MARCELLO.
Nel mostrarmi le opere che presenterà alla mostra di Mantova, nella Galleria di Arianna Sartori, Marcello fotografava i suoi dipinti, impossessandosi ancora una volta, con l’occhio della fotocamera, del succedersi colorato di immagini di petali, di corolle “ingrandite e volutamente sfocate, percorse da “lame” di colore ora più caldo, ora più acido e freddo” (A.M. Polidori). Io, convinto di capire poco o nulla del linguaggio dell’arte ‘moderna’, quindi assai teso, rigido, pensavo che non avrei provato nessuna emozione… Magari solo irritazione, per il fatto stesso di non capire. (“Sei quasi vecchio - mi dico spesso- e morirai ignorando l’arte del tuo tempo!”) Mi tornavano in mente le parole lette in uno scritto di Kit Sutherland, un’amica di Marcello, che dei suoi quadri ha scritto: “Intanto guardando intorno vedo fiori, tanti fiori…Come mai ha scelto fiori per descrivere dei percorsi? Cosa sono i fiori?”
Marcello continuava a scattare fotografie. E io, di fronte a lui che andava facendo ancor più suoi quegli ingrandimenti pittorici, non potevo non riandare con la mente a
Blow-up, il film di Anonioni. Sono passati tanti anni, chissà quante innovazioni ci sono state nel mondo della pittura (vicende che io ignoro), - pensavo - ma il rapporto tra arte moderna e realtà dovrebbe essere rimasto più o meno quello di allora: ambiguo, problematico, difficile da decifrare
. Marcello insiste nel confrontarsi con la natura, con quei petali colorati…. Ma l’artista (l’ho imparato leggendo il ‘divino’ John Keats) non è colui che sceglie di restare “nell’incertezza, nel mistero, nel dubbio senza l’impazienza di correre dietro ai fatti e alla ragione”? E noi profani, di fronte a un dipinto, siamo presi dalla stupida fretta di arrivare al (presunto) significato. L’errore lo faccio anch’io, spesso: tento di liquidare, sbrigativamente, intellettualisticamente, il mistero creativo di un artista. Non bisogna capire subito tutto, per poi non pensarci più. Se uno ama la poesia, resta nel suo cervello un brano isolato, sopravvive qualche frammento di verso: guizzano nella mente come la coda appena staccata di una lucertola. Di fronte a un quadro, invece, devi lasciare che siano certi dettagli visivi a insistere, intermittenti e ossessivi: un viso, una nuvola, un albero, il lembo di un mantello! Sono quelli, misteriosamente, sono certi particolari a tener vivo il sentimento (tutto tuo, soggettivo) dell’intero quadro!
Marcello fotografava, parlava, raccontava…Intanto il mio cervello continuava a proiettarsi per conto proprio (nel modo che solo lui sa; noi ne siamo tagliati fuori) il film
Blow-up. Forse intendeva suggerirmi che, per cogliere il senso vero delle cose, bisogna ‘esplodere’ psichicamente. Come succede nelle splendide scene finali di
Zabriskie Point o di
2001: Odissea nello spazio. Poiché ‘dentro’ avviene infinitamente di più di quel che possiamo comunicare quando siamo tiranneggiati dallo sguardo altrui. Forse Dante descrisse le meraviglie conoscitive del suo
Paradiso proprio per ricordarci che Dio ci consente (ma noi preferiamo ignorarlo) di sollevarci all’altezza, straordinaria e universale, di un dialogo insieme interumano e cosmico
. E a un certo punto, mi è parso, le immagini di Marcello, organismi non dipinti, ma “interpretati”, quella vita di “puro colore, pura forma e trasparenza” hanno preso a ‘esistere’: per me, in me. O gioia, se davvero era vero! Che importava, a questo punto, capir poco di arte ‘moderna’:… Qualcosa di reale succedeva dentro di me, dopo mesi di inerzia, di sconforto, di tristezza intellettuale! Forse di lì a poco anch’io, come Leopardi, avrei potuto dire: “Meco ritorna a vivere, /la piaggia, il bosco, il monte; / parla al mio core il fonte, / meco favella il mar…”
A casa, a casa! Ripetevo a me stesso. A ‘rivedere’ queste immagini. A ritrovarne la ‘verità’. Oh, belle “emozioni rivissute in tranquillità” come dice W. Wordsworth! Bello il vento di Montale, che “entra nel pomario” dell’anima e “vi rimena l’ondata della vita”!
Torno a casa e mi metto a pensare. Ricerco, sfoglio qualche libro, mi documento… Ed ecco, lo spunto che mi aveva dato
Blow-up si affievolisce… “Si deforma il passato, si fa vecchio, / appartiene ad un altro…” L’effetto-
Blow-up lascia il posto all’effetto-Marcello. Leggo, da qualche parte: l’artista (tanto regista che pittore) lotta contro la realtà superficiale e stratificata, per trovarsi faccia a faccia con la realtà vera. Non basta riprodurre la vita, bisogna decifrarla. Forse però il protagonista del film di Antonioni restava prigioniero del suo mondo, dei cerebrali anni ‘60. O forse, invece, impara a distinguere tra realtà e arte? E forse, superando i limiti impostigli dalla tecnica, arriva a muoversi in un mondo più vasto di quello catturato dalla macchina fotografia. Di fronte all’ambiguità, alla cosiddetta “apertura” dell’arte di quegli anni chi può dire come stanno le cose? Il protagonista di quel film, sostennero alcuni, accoglie l’altro da sé solo come materiale per la sua arte. E a vincere, in quel lontano 1966, sarebbero stati l’insensatezza di un divenire vuoto, il sentimento dell’inutilità e dell’incostanza dei sentimenti .
Ecco, nei dipinti di Marcello (per adoperare qualche ‘parolone’) la fiducia nel segno visivo non va di pari passo col sentimento della crisi semantica dell’arte. Antonioni, credo, voleva che capissimo quanto soffrisse l’artista di allora nel celebrare la precarietà e i limiti del mezzo tecnico. Nei dipinti di Marcello, il divario tra la natura vegetale e la sua interpretazione (l’ingrandimento) ci fa capire che l’immagine acquista più significato senza bisogno di risultare ambigua. Il cinema di Antonioni – scrisse Roland Barthes - amplificava consapevolmente la crisi di senso che allora stava attraversando l’epoca moderna. “Il senso non si ferma grossolanamente alla cosa detta, ma si spinge sempre più lontano, ammaliato dal fuorisenso…” Solo mettendo in crisi il significato, destabilizzando il senso prestabilito, l’artista di allora riusciva ad avvicinarsi alla realtà.
Ebbene, con i suoi ingrandimenti Marcello non tenta più di introdursi in una frenetica ricerca che lo liberi dalla penosa ambiguità del segno. Non deve affatto sfuggire a un tormento che gli rende le cose complicate e enigmatiche. Il pittore, felice delle proprie conquiste, s’introduce nell’esuberante mondo della natura, libero da ogni nostalgia per l’ingombrante mondo umano. E scopre con gioia la miracolosa sostanza di quei ’tessuti’ vegetali fatti di bellezza, di colore e di (é inevitabile, è la vita!) caducità e morte. E siccome l’uomo che è in Marcello riconosce e ama nella Donna il simbolo vivente della vitalità naturale, ecco petali, corolle e foglie arricchirsi di strane anamorfosi: corpi femminili, sembra, appaiono e si nascondono tra il rosa e il bianco della ‘carne’ di quelle creature vegetali.
La mia capacità visionaria si alimenta più di poesia che di pittura. Ecco, guardando i dipinti di Marcello, io vedo erompere dalla corteccia le “boscarecce dee” del Tasso, di Giambattista Marino, di D’Annunzio, di Ungaretti (ne
L’isola). E mi appare l’ “incarnato leggero…che volteggia nell’aria” delle ninfe de
L’après-midi d’un faune di Mallarmé.
Giampiero Giampieri
Monsummano Terme, luglio 2010