Anna Pozzuoli. “in/cubo”
cura di Luciano Caprile
Inizio evento: 28/01/2012
Fine evento:16/02/2012
Provincia: Pordenone
Città: Pordenone
Indirizzo: v.le Trieste, 19
Luogo: La Roggia
Apertura: apertura: dal martedì al sabato h 16 - 19.30
Sito internet: http://www.laroggiapn.it
E-mail informazioni: laroggia@tin.it
I Linguaggi Dell’appartenenza Il linguaggio dei segni e dei simboli ha attraversato la vita dell’uomo fin dagli esordi arricchendola di conoscenze e di misteri poiché l’immagine così concepita racconta più di quanto non riveli attraverso la sua evidenza. Gli artisti che seguono tale percorso si avvalgono di una seduzione aggiuntiva per catturare l’attenzione e la sensibilità degli osservatori che trovano in simili opere frammenti di un vissuto che li emoziona e li identifica.
Anna Pozzuoli segue questa linea narrativa nutrendosi di una articolata rappresentazione costituita da tracce e da gesti da distillare in uno spazio-evento. Qui, in questo ambiente concreto e nel contempo dichiaratamente illusorio ( perché fa parte di una costruzione puramente mentale ), l’autrice incontra i visitatori che riescono in tal modo a specchiarsi e a riconoscersi in sotterranee emozioni, in evocate nostalgie e in modulati desideri anche tattilmente condivisibili. Due elementi formalmente contrapposti ma fittamente colloquiali caratterizzano il suo verbo espositivo: “Da una parte un bosco di lingue e dall’altra dadi pieni e vuoti a caratterizzare una costruzione in fase di crescita”, ci soccorre Anna e ci obbliga nell’istante del suo pronunciamento a prendere possesso del mistero di cui sopra non per svelarlo compiutamente ( ognuno deve farlo per sé ) ma per renderlo adattabile al prodotto estetico che l’accompagna. Si tratta di un approccio che associa il piacere della contemplazione con l’ansia della comprensione che la Pozzuoli riesce a dosare con abile e raffinata delicatezza. Intanto dobbiamo confrontarci con una selva di lingue metalliche che paiono sorgere come tanti fiori o come tante foglie al culmine di uno stelo originato da un accenno di vortice: conquistano amabilmente l’aria ( formalmente in bilico tra uno “stabile” o un “mobile” di Calder) in espansioni radiali; si avvalgono di argomentazioni sinuose come a voler captare il senso della vita che scorre intorno alle cose e alla gente per tradurlo in fonemi, in termini di comprensione universale. Vengono quindi le “gocce” a fornire il necessario nutrimento a questa ideale serra della trasmissione umana del pensiero: scendono dal soffitto, come è giusto che sia, e possiedono la preziosità delle gemme che apportano un gratificante piacere sostanziale e contemplativo, come avviene per certe pioggerelle primaverili che aiutano la terra a rinascere e irrorano il volto della gente che le accoglie senza paura di bagnarsi e di entrare pertanto inconsciamente nel misterioso pensiero della natura. In questo caso assumono un’impor tante funzione allegorica, come suggerisce Anna Pozzuoli: “Goccia dopo goccia si è formato il nostro sapere”. Il terzo momento espositivo è fornito da un sistema di cubi da disporre sul pavimento, da impilare e da coniugare secondo alcune facce che ricevono l’incisione diretta e graffiata di figure semplici, di parole allusive, di segni immediatamente recepibili dallo sguardo e dal cuore. Sembrano rievocare i giochi intelligenti rivolti alla prima infanzia per aiutarla a conoscere e a costruire l’universo che la circonda col tramite di un approccio ludico. Infatti le lamiere portano impressa la memoria di quella prima età capace di folgorare le percezioni della vita con tracce essenziali, prodighe di quelle liriche implicazioni che hanno sollecitato l’attenzione e il gesto di grandi maestri come Miró e Klee. Altre invece conducono folgorazioni verbali: paiono messaggi in bottiglia da distribuire con dovizia al mondo. Passato e presente si incontrano in questo piccolo dedalo per tessere una trama il cui filo rosso parte da lontano e ha bisogno di un continuo nutrimento per confezionare il prezioso vestito della speranza. Pertanto viene evidenziata la necessità di un presente che sappia accogliere tali suggerimenti per farne tesoro. Nel passato di Anna assume un importante peso la prima età trascorsa negli Stati Uniti che qui ritorna più volte nel lessico sintetico ed efficace dei bambini: “flag” a evidenziare una bandiera, “eight” a corredare il numero di riferimento. Quindi giungono gli altri ricordi in una costruzione che alterna concettualmente i vuoti ai pieni ovvero le assenze di apparente sostanza, sostenute esclusivamente da uno scheletro strutturale, ai pensieri folgoranti evidenziati da un metallico quadrato di ricezione. Così è il significato della vita da conquistare passo dopo passo per stazioni, per costruzioni formali in ascesa, per suggerimenti improvvisi, per attese. Così corre questo labirinto di ostensioni, di reliquie, di testimonianze che si assommano alle lingue ondeggianti e alle gocce sospese nell’aria come un desiderio che chiede, anzi esige, di essere esaudito. Ne deriva un linguaggio che, partendo proprio dalle espressioni essenziali dell’infanzia, crea i presupposti di un rapporto universale di comprensione, di conoscenza da moltiplicarsi per osmosi, per l’avvio di una miracolosa partenogenesi espansiva procurata dall’evento stesso. Anna Pozzuoli ci invita dunque a compilare il suo cruciverba, ci invita a inserire le nostre tavole figurate o scritte negli spazi vuoti, ci invita a entrare nel suo mondo che diventa immediatamente lo specchio vivibile del nostro mondo: dalla rincorsa gestuale che ci offre l’artista siamo partiti inconsciamente anche noi, salvo smarrire la primitiva identità nei futili ed effimeri dedali suggeri ti dalla quotidiana esistenza. È giunta quindi l’ora di riconquistare il nostro ruolo.
Luciano Caprile